Invasioni di Campo

«Come fosse la mia prima morte»

L’addio al calcio giocato di Luiz Nazairo da Lima. Ronaldo, il Fenomeno

Non ha mai giocato al Ceravolo. Colpa nostra, non sua. Lontani dalla festa ormai da troppi anni, abbiamo mancato l’appuntamento con uno spettacolo straordinario che chissà se mai qualcun altro riuscirà a replicare. Il 14 Febbraio scorso, a San Paolo, Ronaldo aveva comunicato la propria decisione irrevocabile: mai più calcio giocato. Orgoglio, rimpianti, abbracci, lacrime e tutto il corollario degli addii in una conferenza stampa che chi ha amato quel brasiliano imprendibile attendeva e temeva insieme da molto tempo. Per dirla con il linguaggio di questa rubrica, si è davvero trattato di un Lungo addio (Raymond Chandler, Feltrinelli, 8 Euro). Forse troppo lungo, cominciato già negli ultimi anni di Madrid, al Real, continuato stancamente tra le nebbie della Milano rossonera e consumatosi per sempre al caldo familiare del Brasile. Ieri l’ultima partita, quella dei saluti da bordocampo, tra i vecchi amici di sempre e gli ex compagni della Selecao. Il calcio non è una favola, e questi giorni di cronache giudiziarie, di over e di imbrogli lo confermano senza appello. Ma è spesso, quasi sempre, letteratura. Così la storia del nostro eroe non è finita in trionfo, ma tra le lacrime per una coppa Libertadores (la Champion’s League del Sudamerica) sfumata con la maglia dell’amato Corinthians indosso. Di Ronaldo resteranno moltissimi ricordi. Alcuni gioiosi, in grado di scatenare una tale meraviglia da mettere a tappeto qualsiasi calciatore, dirigente o faccendiere truffaldino. Altri dolorosi, di un dolore quasi fisico. Altri ancora semplicemente tristi. Gioia, dolore, tristezza. Vita. E allora basta chiudere gli occhi per vedere tutto chiaramente.Le fughe in maglia blaugrana con il pallone incollato ai piedi. Tutti dietro, staccati e lui con l’espressione di un gran tenore appiccicata in faccia. Di quelle che non lasciano intuire sforzi sovraumani, di quelle che quasi fanno pensare a un tizio in attesa del tram. Gli altri – gli improbabili inseguitori – affannati, impressionati e alla fine scoppiati. Un salto in avanti ed ecco quel doppio passo elevato ad “n” davanti al Marchegiani incredulo della finale di Coppa Uefa a Parigi tra Inter e Lazio. Ecco i dribbling ridefiniti (erano dribbling quelli visti in una edizione di Coppa Italia contro il Piacenza, o semplici opere d’arte moderna?), gli stop impossibili dopo lanci di gente alla Colonnese, le acrobazie mai fini a sé stesse. Ritornano in un attimo i sorrisi alla Roger Rabbit. Quelli successivi a un gol straordinario, quelli educatamente offerti durante un’intervista, quelli accecanti con il Pallone d’oro in mano (lo vinse due volte) o con il Fifa World Player in bacheca (conquistato 3 volte). Il sorriso disegnato amaramente sopra una maglietta gialla, dopo l’operazione in una clinica francese. E poi quello da coppe vinte, con il Barcellona, l’Inter e il Real Madrid. Ma l’attimo successivo è capace di restituirci anche gli infortuni muscolari e i crac al ginocchio. Quello spaventoso dell’Olimpico in diretta Tv, un evento per chi ama il calcio, con l’effetto da finale di coppa del mondo annesso. Ognuno di noi può infatti dire con certezza dove e con chi fosse mentre Ronie stringeva la rotula tra le mani. L’urlo, il silenzio tutt’intorno, le mani fra i capelli dei calciatori in campo e degli spettatori sugli spalti. Le lacrime da dolore fisico dunque… e quelle da traguardo mancato. Il placcaggio di Iuliano (il suo ritiro ha fatto piangere qualcuno?), il cinque maggio con le mani in faccia. La fuga verso Madrid, l’inizio dell’addio. Esiste una generale e bizzarra pretesa che tutti noi coltiviamo nei confronti dei grandi campioni. Chiediamo loro sempre di insegnarci qualcosa;di più, di darci dimostrazione pratica di un grande insegnamento. Come non bastasse l’espressione di un talento purissimo. Gli chiediamo di essere bandiera, di non tradire i tifosi, di vivere quasi la vita dei santi. E se il campione non soddisfa la nostra pretesa tanto meglio. Perchè si avvicina a noi, a portata di schiaffo, di insulto. E allora negli ultimi anni si era cominciato a parlare della vita di Ronaldo lontano dal campo di gioco. Delle sue compagne, dei numerosi figli, del rapporto con la bilancia. Misuravamo il girovita del Fenomeno ormai diventato Gordo, e ne godevamo quasi, ad ogni goffa apparizione. Oggi la sua spiegazione: «quattro anni fa, quando ero al Milan, ho scoperto di soffrire di ipotiroidismo, un disturbo che rallenta il metabolismo e che avrei potuto combattere solo assumendo farmaci che sono proibiti dalle norme antidoping. Ma questo la gente non lo sapeva, e molti hanno parlato a sproposito mettendo in dubbio la mia professionalità».Ma Ronie trova anche il modo di spiegarci il perchè di questo lungo addio. Senza troppe parole risponde alla domanda che sempre siamo pronti a porci davanti a un campione in declino: perché non smette? Perché smettere è come “morire una prima volta”. E nessuno vuole davvero morire, neanche avendo un’altra ricca, comoda e rilassata vita a disposizione.

Fabrizio Scarfone

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