Il Rompicalcio

E poi ci sono quelle battaglie che si vincono anche con il cuore!

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Scritto da Redazione
Il racconto di una giornata folle, intensa, bellissima. Di quelle che non scordi mai
 
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Ti svegli una mattina e ti chiedi cosa è stato. Immagini che si rincorrono nella tua mente. Brividi. Voci. Volti. L’amaro in bocca di una gola raschiata. Un tepore unico. Una sensazione di piacere infinito che solo il senso di orgoglio ti può regalare.

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Metti un giovedì prossimo al Natale, una data assurda dettata dalla follia e dalla rigida impopolarità di un calcio moderno sordo allo spirito fondante del calcio stesso. Un data che costringe gente malata a barattare un giorno di ferie, di permessi lavorativi inventati, di incomprensioni familiari a fronte di regali da fare e di centri commerciali da frequentare anche se non necessario.

Ti ritrovi in un piazzale con altri 250 fratelli. Alcuni giunti da lontano dopo levatacce in piena notte e centinaia di chilometri già percorsi per seguire ed assecondare i palpiti di un cuore altrettanto malato da riporre nel cassetto la ragione.

Parti per un viaggio senza nessuna certezza di vittoria. Con formazioni pensate, impastate e rimpastate. Formazioni senza capo né coda. Mentre i chilometri scorrono sotto di te speri che chi scenderà in campo abbia almeno metà della tua rabbia, metà del tuo orgoglio, un briciolo del tuo cuore da gettare oltre l’ostacolo.

Mangi un boccone senza fame, ti alimenti sapendo che da lì a mezz’ora non ci sarà più tempo da dedicare al pranzo o al bere. Si penserà solo a dare battaglia. La battaglia che tutti adoriamo, quella in terra nemica, dove l’odio e la rabbia dell’altro ti trasformerà in un leone. Pensi che varcato quel cancello dovranno abbatterti per farti tacere. Dovranno passare sul tuo cadavere per impedirti di gridare e sostenere la tua maglia, i tuoi colori e i ragazzi che li indossano.

Sui gradoni non c’è storia, come sempre da queste parti. Siamo belli, siamo colorati delle tinte più belle al mondo. Due colori che se c’è un Dio, li ha inventati per farli stare assieme. Siamo poderosi, compatti e il nostro ruggito lo sentono.

Lo sentono, eccome! Una, due, tre volte che già ci basterebbe a raccogliere gli striscioni e tornare a casa, senza dover dimostrare più niente a nessuno.

cosenza-catanzaro01Ma c’è una partita in corso. Ci sono spalle che si spingono, si compattano. Corpi che si aggrovigliano e si saldano come un roccia. Poi uno svarione, tutto quello che fino a quel momento aveva funzionato perfettamente in campo sembra tornare al recente passato. Guardi gli spalti di fronte a te e li vedi esultare, gesticolar, e pensi “non è giusto, non lo meritano!”.

Continui a tifare, sventolando la bandiera che hai in mano. Ci si urla in faccia che non è finita!. “Andiamo, cazzo! Più forte”.

Riparti con più foga, tonsille a terra. Guardi quelle maglie bianche già a centrocampo ed alzi uno striscione di carta. E i tuoi ragazzi sono tutti li fermi a osservare a leggere e a guardarsi negli occhi.

Riparte. Ora, gli altri si sentono più forti.

Decenni di assoluta inferiorità li fanno sentire baldanzosi. Si permettono di citare categorie a noi sconosciute e notoriamente loro prerogativa.

cosenza-catanzaro02Un lampo e due ragazzini in maglia bianca si avventano rapaci come aquile su prede inermi. Vedi la rete che si gonfia. Un’onda, un sisma, gradoni che tremano ed un boato che riempie questa inutile vallata.

Scendi gradoni a due a due per abbracciare quei ragazzi in maglia bianca che sono corsi sotto il settore. Le facce trasfigurate, pugni sui petti, mani che stringono un logo giallorosso. Urla ed urla come se fossero lì in mezzo a noi. Si abbracciano e si prendono a manate come stiamo facendo sugli spalti.

Due pali consecutivi, ti danno la certezza che la signora bendata da un po’ di tempo frequenta altri luoghi. Finisce come sempre. Noi a cantare, a saltare, a tirare su fratelli ormai privi di forza ed accasciati sul cemento.

L’altro e lì che raccoglie i suoi stracci. In fretta guadagna le uscite per tornare nella sua tana e meditare sul tarlo che lo rode e lo roderà in eterno. Quella rabbia, quella certezza di voler essere come noi e non poterlo mai essere nemmeno dopo altri cento 0-3! Quella inconfessabile ammirazione che si chiama invidia!

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Ti ritrovi appoggiato alla fiancata di un autobus borbottante. Gente che divide il poco pane rimasto, birre smezzate fra sconosciuti, un bicchiere di vino che gira tra mille mani. Sigarette offerte ed accese a ragazzi di cui non conosci nemmeno il nome.

cosenza-catanzaro05Uno di quelli si avvicina e ti dice che salirà sul tuo pullman per pochi chilometri. Deve prendere la macchina al parcheggio per fare ritorno a casa. Senti una inflessione strana, chiedi da dove venga e ti dice “Castrovillari, ma sono giallorosso da sempre!”.

Il cielo di tinge di scuro, continui a stare appoggiato al bus cercando di ritrovare la forza per muoverti, guardi intorno e lì vicino c’è un carabiniere di mezza età con i baffoni brizzolati, ti guarda stremato e ti dice in puro cosentino: “Voi siete un’altra cosa”.

E ti svegli un mattina e ti chiedi cosa è stato.

Rivedo le immagini e qualcosa stride, cerco di mettere in ordine i ricordi. Nemmeno un coro contro Cosentino. Nemmeno un cenno di contestazione per i 90’ di gioco e oltre. Basterebbe questo a far meditare chi di ragione sulla maturità di questo immenso popolo, sul perché della nostra rabbia, della nostra voglia di tornare a vincere e riprenderci quello che eravamo.

Esco, devo prendere aria, c’è il sole fuori, voglio respirarmelo tutto. Voglio camminare per i vicoli di questa Patria stupenda che Dio mi ha regalato di vivere e di amare.

Mentre cammino penso perché la amano solo i poveri, la gente umile, quelli come noi?

cosenza-catanzaro03Perché i ricchi di questa città non amano Catanzaro? Perché non ambiscono di vivere in una città migliore? Perché non sostengono l’unico elemento di aggregazione, l’unico elemento comunitario, l’unico cosa che dà ancora senso di appartenenza in questa città? Perché non desiderano di regalare gioia e passione ad un popolo folle e disposto a tutto per i colori giallorossi?

Penso e ripenso a tutto ciò che abbiamo vissuto in questi trent’anni.

Non so quando e non so come, ma ho la certezza che non può finire così. La nostra storia non potrà essere un continuo languire in terza serie. Non è giusto, non è umano, non è possibile.

Sono sicuro solo di una cosa. Ci sarà un giorno un Presidente, un pazzo come noi, un malato incurabile che alle 10 del mattino di un giovedì pre-natalizio verrà al Campo Scuola anche lui con una bandiera in mano a dirci “e adesso andiamo a dare battaglia!”.

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