Invasioni di Campo

La dignità nell’oblio

Viorel Nastase, ritratto da sogno di un campione mancato

Ho sempre subito la fascinazione dei campi di periferia. Polverosi e lontani. Luoghi d’aggregazione di quartieri sperduti, teatri improvvisati di indimenticabili storie tristi che fanno parte del quotidiano della gente normale. Luoghi senza tempo, luoghi indefiniti, non importa davvero se sei a Villa Fiorito, Mar de La Plata, Pau Grande, Săcele, Bucarest o Santa Maria. Quello che conta è l’esistenza di uno spiazzo abbastanza grande da contenere due porte, i sogni di 22 ragazzini e un pallone di cuoio che rotola impazzito. 

E cosi vagando nell’estremo occidente, mi sono ritrovato seduto sui gradini di un campetto all’estrema periferia di Buenos Aires. Stanco della mia corsetta sono stato attratto subito da una partitella che si svolgeva tra le case diroccate nel più completo silenzio. Nulla da rimarcare, nessun calciatore dalla tecnica sopraffina o elaborate strategie tattiche. Solo un dettaglio. L’allenatore della squadra in maglia giallorossa. Si stagliava in piedi con la dignità di chi, quello sport lo aveva vissuto da protagonista. Asciutto, con i folti capelli ricci ormai canuti, lasciava trasparire uno sguardo triste, pensoso e solitario. Il suo volto era duro ma gentile.

Rimasi a fissarlo fino al termine dell’incontro. Perso tra i miei pensieri mi sentii chiamare da una voce penetrante. Hola che! Qué tal? Cómo te va? Era l’allenatore. Il suo spagnolo era buono ma lasciava trasparire una chiara inflessione straniera. Un’inflessione che mi era familiare. Risposi timidamente con il mio spagnolo stentato. “Nada, Estás italiano?”. Lui scosse il capo, e rispose in italiano: sono rumeno, ma diamine se conosco il tuo paese, ragazzo. Ci ho abitato per tre anni.

Davvero? Risposi. E come ti sei trovato? Il tuo paese ragazzo è stato il mio primo sorso di libertà. Un sorso così lungo da ubriacarmi. Ero un calciatore professionista, giocavo per una squadra del sud, una cittadina sperduta della quale la gente all’estero non conosce il nome. Vestivamo una maglietta a righine strette, strette giallorosse.

Le sue parole mi colpirono. Capii subito, che, ancora una volta il caso mi aveva messo di fronte ad un personaggio straordinario. Un personaggio che aveva albergato nella mia fantasia e nei racconti di mio padre sin dall’infanzia. Ma non lo diedi a vedere e continuai a conversare con il mio interlocutore.

Davvero? E che squadra era? Il Catanzaro, conosci?

 Certo rispondo, una squadra con una storia gloriosa alle spalle, ma ora… lo so, ragazzo, sono in terza divisione. Li seguo sempre. Hanno avuto periodi difficili da quando me ne sono andato in una piovosa giornata di Febbraio 28 anni fa, però ultimamente sembra che stiano risalendo la china. Proprio come me. Da quelle parti, non ho lasciato un grande ricordo. Sono sicuro che se qualcuno pronuncia il mio nome, lo fa solo per ridere un po’.

 

Sai, ragazzo, ero un buon attaccante, una promessa. A diciassette anni esordii nella serie A rumena e a 18 in nazionale. Ho giocato al fianco di gente come Iordanescu e Voller, ed ho fatto pure un centinaio di goals. Ma questo adesso non conta più. Il mio desiderio di assaporare la vita, mi portò all’eccesso, e così per scappare dal comunismo sono diventato schiavo dell’alcool e della finta libertà del mondo occidentale. Sono stato ingenuo ma questo non conta più.

Ora mi piace vivere all’ombra di me stesso. Vivere nell’oblio. Da quando sono in Argentina non ho parlato con nessuno di questa storia. Nessuno dei miei ragazzi conosce il mio passato di calciatore professionista, nessuno conosce il mio viaggio di sola andata dal successo alla polvere. Ho ritrovato la mia dignità dimenticando quel periodo. L’eredita’ dei miei goal, di quegli errori e di quell’opportunità mancata hanno pesato su di me come un macigno. Per tanti, troppi anni. Dovetti scappare per la vergogna. Oggi vivo silenzioso, nella mia casa solitaria, allenando un gruppo di ragazzi che sperano un giorno di diventare campioni. Vivere senza le luci della ribalta mi ha permesso di tornare uomo. Sì, tornare uomo, abbandonando un percorso che mi avrebbe ucciso.

 

Posso chiederti un’ultima cosa? Certo ragazzo chiedi pure, per te non ho segreti, sei uno straniero, e cosi come hai passato due ore su questi gradini, domani sarai solo un’altra ombra del passato.

 Che cosa hai fatto in questi ultimi 28 anni?

Sono andato a letto presto cercando di trovare un modo per ricominciare. Ero un traditore nel mio paese, un ridicolo buffone in Italia, così dopo aver letto qualche libro sul Sudamerica ho deciso di intraprendere un lungo viaggio. Un viaggio che mi ha portato qui. Qui nessuno pensa che sia un ubriacone scansafatiche o un clown. La gente apprezza il mio onesto lavoro e la mia valigia progressivamente è diventata leggera. Tanto mi basta. Tanto mi basta per guardarmi allo specchio ogni mattina.  E cosi dicendo si congedò dalla conversazione.

Mi lasciò lì, seduto sui gradini, con lo sguardo perso a immaginare il suo sinistro, un sinistro che prometteva di essere bello e potente come quello di Palanca, e che invece, si e’ perso per sempre in un pomeriggio di Ottobre. 

Emanuele Ferragina

A proposito dell’autore

Redazione

Redazione

Dal 2002 il portale più letto e amato dai tifosi giallorossi del Catanzaro

Lascia un commento