A Catanzaro celebrato il Santo patrono della città

 “A pochi giorni del mio giubileo sacerdotale, la cui eco è ancora viva nel mio animo, celebriamo oggi le festa di San Vitaliano. In questa felice circostanza invoco il Santo Patrono affinché interceda per me, per i presbiteri e tutti voi presso il Sommo ed Eterno Sacerdote, perché copiosa e abbondante scenda la benedizione divina e con la sua forza onnipotente conformi i nostri cuori al suo cuore colmo di amore, di verità, di misericordia”. Così l’Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, Mons. Antonio Ciliberti, durante l’Omelia pronunziata in cattedrale a Catanzaro per la festa di San Vitaliano, Santo patrono della città capoluogo di regione. “La celebrazione odierna, ha detto Ciliberti, si colloca nell’Anno Sacerdotale voluto dal Papa Benedetto XVI, il quale ci esorta a meditare sulla vocazione e il ministero sacerdotale. Perciò prenderemo a modello, oltre che la figura del Santo Curato D’Ars, il nostro San Vitaliano, per avere una rinnovata coscienza della grandezza dell’inestimabile dono del sacerdozio. Proprio perché l’Anno Sacerdotale è evento che interessa tutta la Chiesa, chiamata a riscoprire la grandezza, la bellezza e il mistero del Sacerdozio sacramentale, desidero in questa celebrazione eucaristica, in onore di San Vitaliano, meditare sul dono e il mistero del sacerdozio. La prima verità che ci attesta il Vangelo proclamato è che nella Chiesa nessuno si fa da se stesso, ma è sempre Dio che chiama e costituisce in ordine alla salvezza. Il cristiano è tale perché il Signore l’ha scelto per essere nel mondo segno di Lui. Non noi abbiamo scelto Dio, ma Lui ha scelto noi e ci ha costituiti suoi amici perché andassimo e portassimo frutti di redenzione. Se ciò vale per ogni battezzato, costituito dal Signore capace di offrire la propria vita, come sacrificio vivente e gradito a Dio, grazie al suo sacerdozio comune, ancor più vale per ogni sacerdote, chiamato ad offrire l’unico ed eterno sacrificio del Cristo, e con esso se stesso come vittima immacolata. In quest’unione dei due sacrifici, santità oggettiva, propria del sacerdozio sacramentale, e santità soggettiva, che ogni battezzato è chiamato a realizzare, profondamente si intrecciano. Pertanto il sacerdote, costituito tale dal Signore, è posto tra gli uomini per dar loro il sapore e il gusto di Dio e delle sue cose sante. Solo se egli sarà pieno di Dio, solo se sarà lui stesso sale potrà dare sapore anche agli altri. Questa verità possiamo contemplarla nella vita del nostro Santo Patrono, il quale ebbe come preciso obiettivo la salvezza e la santificazione del popolo di Capua che il Signore gli aveva affidato. Egli stesso era consapevole che non era sufficiente, però, volere la santificazione della sua gente, occorreva offrirsi loro quale modello, per essere segno della tenerezza salvifica di Dio. Si adoperò con perseveranza e abnegazione alla formazione cristiana del popolo. Esortava tutti alla conversione. Tutti incoraggiava alla perseveranza. Tutti richiamava ad abbandonare la via del peccato per incamminarsi sulla via stretta della salvezza. Questo operava con straordinaria fortezza e fermezza di spirito, testimoniando il suo essere povero, cioè libero non solo dalle cose materiali, ma anche da se stesso e dalla propria vita. Per amore di Dio e per la sua gloria era pronto a perdere la propria vita, al fine di far regnare la Parola di Dio nei cuori sia dei fedeli che di quanti erano lontano dal Signore. Ogni battezzato, ancor più il sacerdote, è costituito “luce del mondo”. È proprio questa sua vocazione gli impedisce di estraniarsi dal mondo. Infatti, non è chiamato ad essere luce solo per se stesso, ma esserlo per ogni uomo. Dalla vita e dalla testimonianza del nostro Divino Maestro e anche da quella di San Vitaliano, dobbiamo imparare ad essere nel mondo segno di salvezza. Il sacerdote, come ogni battezzato, ha detto ancora Mons. Ciliberti, è chiamato ad essere nel mondo, senza però conformarsi alla mentalità del secolo che esclude ogni relazione con Dio. Infatti, se il sacerdote si fa mondo, ciò significa che ha smarrito la sua relazione fondamentale con Dio, e perciò il suo essere si corrompe. Solo se vive una comunione grande con Dio, può vivere autenticamente il suo sacerdozio. E solo in questa comunione può essere l’uomo della Grazia, della Parola, dei Sacramenti. Il mondo ha sempre bisogno di vedere la luce del cristiano, in particolare quella che avvolge la vita del sacerdote, per testimoniare che la Santissima Trinità dimora in lui; anzi, meglio, che il sacerdote dimora in Dio e nella sua Parola di vita eterna. Proprio la luce nitida che traspariva dalle opere di San Vitaliano, che per un momento sembrò essere oscurata dalla menzogna, manifestò la verità della sua castità, conveniente a chi tocca abitualmente l’Eucaristia. La castità non è primariamente questione morale e poi questione spirituale, ma al contrario, l’atto immorale testimonia la scadente vita spirituale dell’uomo. Ed è la cattiva testimonianza che causa l’allontanamento di molte persone dalla Chiesa. E così a volte il sacerdote uomo chiamato a condurre a Dio, diventa strumento di allontanamento da Lui. Dobbiamo invocare da Cristo il dono di uno sguardo limpido, capace di farci vedere le cose così come le vede Dio. Guardare con sguardo sempre nuovo Cristo, per penetrare in profondità il suo mistero di Figlio di Dio. Guardare con sguardo nuovo ogni persona che incontriamo affinché possa, per mezzo nostro, incontrasi con Dio e lasciarsi salvare da Lui. Guardare con sguardo nuovo il mondo, creato da Dio bello, deturpato dal peccato dell’uomo, redento dalla Croce di Cristo. Guardare con sguardo nuovo ogni altro sacerdote, consapevoli che la nostra vocazione è individuale, ma il ministero si esercita in maniera comunitaria. I sacerdoti sono infatti chiamati a vivere la mirabile comunione, sul modello di quella Trinitaria. Allorquando lo sguardo, a causa dei nostri peccati è fatto di invidia, di gelosie, di concorrenza, di antagonismi non solo la comunione non è realizzata, ma il singolo sacerdote, isolato nel suo egocentrismo, corre il rischio di affaticarsi e di cadere nello sconforto. La comunione presbiterale preserva il sacerdote da tanti mali e soprattutto diventa scuola di fraternità. È qui che si impara ad aprirsi alla comunione con i laici, che ogni sacerdote deve considerare come operai nella vigna del Signore, aventi uguale dignità e diversità di carismi e ministeri. È doveroso e bello saper guardare con sguardo nuovo e meravigliato le novità che Dio opera nella sua Chiesa per mezzo dello Spirito. In questo particolare momento storico dobbiamo essere capaci di guardare con uno sguardo libero e accogliente le associazioni, i movimenti e i gruppi che lo Spirito suscita per sollecitare nella Chiesa una rinnovata stagione evangelizzatrice. Tutto ciò ci attesta che il sacerdote deve essere un uomo pienamente inserito nella storia e nel mondo, al fine di portare in esso Dio e la sua luce. Se si estranea dalla storia o esce dal mondo, li priva della luce di Dio e della sua salvezza. San Vitaliano, che miracolosamente scampò alla morte, dinanzi alle difficoltà non si scoraggiò, ritirandosi dal mondo. Continuò il suo ministero prima nel villaggio dei pescatori che lo avevano tratto in salvo e poi di nuovo a Capua, allorquando accolse le scuse dei capuani e l’invito a tornare nella sua Diocesi. La sua conformazione a Cristo lo rese capace di testimoniare il perdono, ad imitazione del Crocifisso. Proprio come il suo Maestro, egli non offrì solo il suo perdono, ma si adoperò per il bene più grande. Infatti la Croce di Cristo non è solo segno di perdono, ma anche del bene più grande: la redenzione che si attua nell’obbedienza incondizionata al Padre. Proprio la sua obbedienza, come avvenne per il Figlio di Dio, manifestò la vita veramente nuova perché fatta di verità, di carità, di misericordia, di perdono, di pietà verso tutti. Vita veramente differente perché ricolma di grazia, impastata di verità, in una parola: santa! In quest’ottica anche le difficoltà che si possono incontrare nell’esercizio del ministero, con tutto il loro carico di dolore e sofferenza, di umiliazione e di angoscia, possono diventare nella fedeltà alla propria vocazione via di evangelizzazione. Proprio questo si realizzò in San Vitaliano: quel popolo che lo aveva rifiutato e calunniato, e comunque emarginato, poi lo accolse, lo amò e ne propagò la fama della sua santità. È questa, ha proseguito Ciliberti nella sua omelia, la via di ogni discepolo di Cristo: chiamato ad amare sempre nella gioia e nel dolore, nella benevolenza e nell’ostilità. Proprio l’amore verso quelli che ci fanno del male accresce il merito dinanzi a Dio. La sorgente di tale testimonianza di vita evangelica che si fa povertà, nel senso di totale dipendenza da Dio, castità, nel senso di piena vita interiore, obbedienza, nel senso di irreprensibile fede, è l’Eucaristia- Essa ha una tale forza da rinnovare la vita, il cuore e il ministero di ogni sacerdote e di ogni fedele. L’Eucaristia è una vera scuola di santità dove imparare ad offrire la propria vita nell’amore. L’Eucaristia ammonisce che la grandezza o la miseria del nostro sacerdozio dipende da ciascuno di noi, dall’accoglienza o meno della sfida al rinnovamento della vita e del ministero. Essa è l’opera di Dio, e nessun’altra opera la può eguagliare. Sono convinto che dall’Eucaristia dipenda tutto il fervore della nostra vita e del nostro ministero. Nell’Eucaristia conosciamo l’infinito amore di Dio, rivelato nell’offerta del suo Figlio, e impariamo anche noi come bisogna amare ogni anima a noi affidata: se come Lui doniamo la nostra vita per la sua salvezza siamo davvero pastori buoni. Carissimi fratelli e sorelle, ho voluto, se pur brevemente, riflettere con voi, attraverso la figura e la vita di San Vitaliano sul grande dono del sacerdozio; ora la mia parola si fa preghiera, rivolta alla Vergine Maria, madre dei sacerdoti, e, facendo mie le parole del Santo Padre, affido questo Anno Sacerdotale a Lei affinché susciti nell’animo di ogni sacerdote della nostra Chiesa diocesana un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo ed alla Chiesa, al fine di offrire comunitariamente, ha concluso Ciliberti, una più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi”.

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Redazione

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