Dalla Redazione

Se Joe Kamara torna a casa…

Scritto da Redazione
La società e l’ex giallorosso si parleranno. Il franco-senegalese potrebbe essere il più grande colpo dell’era Cosentino

Ci sono giorni speciali in cui ci si guarda indietro. La strada percorsa non è mai esattamente la stessa, di sicuro appare ogni volta più lunga. C’è una curva che ricordi bene, un lungo rettilineo, poi un’altra curva più lontana, così stretta che ti chiedi come sia stato possibile superarla rimanendo tutto intero.

Joe Kamara in questi giorni deve essersi guardato indietro, e forse quella curva tanto difficile da affrontare l’ha vista proprio all’altezza di Catanzaro.

Durante l’inverno del ’99 arriva appena diciannovenne nella nostra città, per la prima volta davvero lontano da casa sua, a Parigi. Per la prima volta alla prova della vita che gli chiede di misurarsi con la voglia di diventare un calciatore professionista, con il desiderio fortissimo di sfondare.

A Catanzaro ad accoglierlo c’è una società forte, l’ultima vera proprietà prima dell’era Cosentino: quella di Giovanni Mancuso. Salvatore, all’epoca vice Presidente, lo vede giocare schierato nella formazione Berretti e se ne innamora. Contratto al minimo sindacale (ottocentomila lire al mese) e appartamento a sua disposizione nella vicina Squillace. Diomansy Mehdj Moustapha Kamara, semplicemente Joe, trova così nel Catanzaro la sua prima squadra italiana.

La famiglia Kamara, a Parigi, prega per lui. Per quel figlio cresciuto con il pallone tra i piedi. Il padre è un ex calciatore e dirigente di una multinazionale francese (lo si vedrà anche al Ceravolo dopo un lungo viaggio in macchina Parigi-Catanzaro), la madre si occupa di sociale, beneficenza e accoglienza. Joe ha alle spalle una famiglia borghese, non ricca ma certamente benestante, la sua battaglia perciò riguarda lui soltanto. Se calcia il pallone verso la porta avversaria è perché crede in se stesso e si fida del talento che prima o poi tutti dovranno riconoscergli.

I primi mesi in città non sono semplici, il suo italiano è stentato, la squadra non lo accoglie ancora come un compagno, ma i catanzaresi cominciano a chiedersi chi sia quel ragazzo di colore così elegante nel palleggio. Tanto leggero nella corsa. Gli intervalli di partite mediocri di quarta serie diventano piccoli spettacoli solo perché  in campo c’è Joe a scaldarsi. Con la palla tra i piedi è un dono.

1kamara

Dopo Torrisi -del tutto dimenticabile allenatore di quei tempi- Cuttone lo impiega sulla fascia destra. Non è velocissimo ma è in breve tutto ciò che di bello a volte può offrire il calcio. Segna nove goal alternandosi con Caggianelli (che a Kamara in qualche modo deve la sua fama giallorossa) e mostra colpi da autentico campione.

Ogni dribbling, ogni scatto, ogni colpo di tacco però, esalta e incupisce insieme i suoi tifosi. Sì, perché uno così, a Catanzaro, neanche con i Mancuso al comando può rimanere. Tra Joe e i tifosi giallorossi nasce qualcosa di profondo.

La città lo abbraccia come una stella chiarissima e ancora sconosciuta. Amici veri lo sostengono quando la nostalgia, i dubbi e la paura gli danno la caccia. Come quella volta in cui Joe raggiunge il negozio di Alessandro, rompe un paio di occhiali e dice basta. Basta con il calcio, si torna a casa, in Francia. Ma Alessandro non permette che ciò accada, lo spreco di talento sarebbe imperdonabile. Sta vicino a Joe, non lo molla, neanche fosse un fratello. Qualche anno dopo Kamara ricorda quel giorno e il suo amico in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. Senza giri di parole spiega che è anche grazie ad Alessandro, se è diventato calciatore. È anche grazie a lui se ha avuto successo.

Kamara matura un solo grande rimpianto: la finale con il Sora. Sente così intimamente quel fallimento che è l’unico a non ritirare il premio per il raggiungimento dei playoff fissato da Giovanni Mancuso. Sente di non meritarlo. Sente di non essere riuscito fino in fondo a fare ciò che andava fatto: regalare una gioia a quei suoi tifosi. 

2kamaraDopo l’incubo di Sora, Joe passa al Chievo. Al Catanzaro va un miliardo e metà del cartellino di Rodrigo Machado. Da lì una lunga ascesa fino a Londra. Squadre fantastiche, allenatori celebri, campionati meravigliosi, goal e giocate da campione. Kamara si consacra e i catanzaresi non lo perdono di vista. Alcuni (compreso chi scrive) vanno a vedere il Fulham solo per incontrarlo e ripensarlo con la maglia giallorossa addosso. Lui è sempre disponibile, un catanzarese è istintivamente un suo amico.

Oggi Joe può tornare a Catanzaro. Sul serio. Ha trentatré anni, è fisicamente integro, un professionista esemplare. Negli ultimi tre anni se n’è andato a giocare in Turchia, ad Eskişehir nel cuore dell’Anatolia, in uno dei campionati emergenti del panorama internazionale che attira un numero sempre maggiore di calciatori. Ha giocato un mese e mezzo fa la finale di Coppa di Turchia, perdendola contro il Galatasaray per un guizzo diabolico di Snejider a 20 minuti dalla fine. Sappiamo che la società ha intenzione di contattarlo (probabilmente lo ha già fatto) e sappiamo che con Joe basta una stretta di mano. Lui è stato chiaro: i soldi li ha già guadagnati.

014Certo, questa è una storia di calcio. Eppure è possibile che sia qualcosa di più per almeno due motivi. Innanzitutto Kamara è una sorta di anello di congiunzione, un cerchio che si chiude, un filo ideale e sottile che unisce le ultime due proprietà solide del Catanzaro: quella dei Mancuso e quella di Cosentino. Senza Cosentino al comando, le strade di Kamara e del Catanzaro non avrebbero più neanche potuto sfiorarsi.

E poi c’è dell’altro. C’è che se Joe tornerà a casa, se davvero indosserà di nuovo la maglia giallorossa, allora tutto avrà un po’ più di senso. Perfino quella partita con il Sora. Perfino quelle staffette con Caggianelli. Perché un lieto fine ha questo effetto: mette le cose a posto.

Fabrizio Scarfone 

Autore

Redazione

Dal 2002 il portale più letto e amato dai tifosi giallorossi del Catanzaro

Scrivi un commento