Invasioni di Campo

Omaggio a Géza

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Emanuele Ferragina ci racconta la storia di Kertész, pioniere della panchina giallorossa, e della prima promozione in serie B del Catanzaro

La sconfitta con il Frosinone fa male. Anzi malissimo. Non tanto per i tre goals subiti quanto per le dichiarazioni che l’hanno seguita. Si parla a sproposito di vincenti, si attacca una squadra fatta da ragazzi che l’anno scorso hanno dimostrato grande attaccamento alla maglia e che anche quest’anno provano a fare il possibile, anche quando vengono schierati fuori ruolo o emarginati per cervellotiche ed inspiegabili decisioni. Di fronte a tutti i problemi, come al tempo degli spartani, il Catanzaro torna ad essere un’idea, un’idea da stringere attorno al collo come una sciarpa a tinte giallorosse.Una sciarpa che ti stringe l’ugola e ti fa cantare anche quando vieni umiliato sul campo.

E così mentre la pioggia cade battente e il ticchettio ritmico delle mie dita scorre sulla tastiera, una storia sepolta da anni di oblio prende forma. Una storia fatta d’immagini sbiadite in bianco e nero, una storia della quale neanche Calabria Giallorossa, Simmaco o mio padre hanno mai sentito parlare, una storia che affiora dalle pieghe del passato, una storia che ci racconta di un gigante dimenticato. È una storia eroica di un calcio che non c’è più. “Una storia diversa per gente normale, una storia comune per gente speciale”. È la storia di Géza Kertész e della prima promozione in serie B.

Era il 1933, il danubiano con i suoi metodi moderni trasformò la Catanzarese da neofita del calcio a corazzata. Una corazzata capace di dominare il campionato di prima divisione. Fu un campionato pieno zeppo di soddisfazioni e incontri con squadre destinate a diventare rivali storiche: Acireale, Agrigento, Catania, Cosenza, Trapani, Palermo, Messina, Reggina, Siracusa. Dalla nettissima vittoria per quattro a zero nel derby con il Cosenza a quella a tavolino ad Acireale. Si legge nel rapporto dopo-gara: “per decisione del DDS., il quale ha punito l’Acireale per “il contegno scorretto del pubblico” e “di alcuni giocatori dell’Acireale” che hanno spinto l’arbitro a ritenere conclusa la partita al 12° della ripresa” (Comunicato ufficiale del DDS n. 27 del 22 febbraio, pubblicato su Il Littoriale, fascicolo 47 (1933), p. 5). Corsi e ricorsi di pessimi comportamenti settanta anni prima di Pulvirenti.  

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Gézaera un mago della prima divisione, riuscì infatti a centrare la serie B al primo tentativo anche a Catania e Taranto. Il danubiano approdò persino in serie A, dove allenò Roma e Lazio proprio come Zeman. Figlio dell’Ungheria, potenza del calcio mondiale, un’Ungheria che sulla scia di una scuola consolidata nel periodo tra le due guerre riuscì a costruire la ‘squadra perfetta’. O meglio, quasi perfetta. Capace di concludere 32 incontri senza sconfitte tra il 1950 ed il 1954. Capace di vincere le olimpiadi, di umiliare i maestri inglesi a casa loro, ma anche di perdere incredibilmente la finale di coppa del mondo dopo essere stata in vantaggio di due goals. È l’immagine dell’Ungheria bella e maledetta, dell’Ungheria spumeggiante e rapsodica. Un’immagine che si specchia in quella dei suoi eroi.

La storia di Géza, si chiuse in modo tragico nel 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra. Dopo essere rientrato in patria nel 1943, Gézacon l’aiuto di un ex compagno di squadra fondò un movimento di resistenza anti-nazista. Salvò centinaia di dissidenti ed ebrei, ma la Gestapo lo scoprì e lo fucilò.

Mentre arranchiamo sul rettangolo verde, non ci resta ancora una volta che rifugiarci nel passato. Nel ricordo di un vincente vero. Un uomo senza presunzione e con una grande etica del lavoro. Uno che con la sua storia può ancora ispirarci a quasi 80 anni di distanza dalla prima promozione in serie B. Un esempio di umiltà e abnegazione dal quale oggi più che mai dirigenti ed allenatori dovrebbero imparare.

Grazie Géza.

Emanuele Ferragina

 

 

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