Punture di Cillo

Questione di numeri

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Dopo anni da revisori contabili, ricominciamo a parlare di dribbling e 3-4-3. La prima parte dell’editoriale di Francesco Ceniti

Le prime due giornate di campionato ci consegnano degli spunti interessanti per cercare di capire quale futuro attende il Catanzaro in questo campionato di C1 (Prima divisione non ci piace…). Tutto normale? Oddio, non proprio. Parliamo di calcio e non di problemi societari, di schemi e non di luce staccata e giocatori cacciati dagli alberghi. Ecco perché dopo anni bui e umilianti è doveroso rendere omaggio alla società del presidente Cosentino che ha restituito ai tifosi giallorossi la dignità. È bene non dimenticarlo perché senza l’arrivo dell’imprenditore reggino saremmo qui a dibattere dello strumbo. Questo non vuol dire perdere il diritto di critica, legittima e doverosa. Ma nemmeno fare i tifosi del buon tempo. Riempiamo lo stadio (a proposito: una vergogna la gestione e i soldi spesi negli ultimi anni per avere un impianto quasi peggiore di come era prima. Almeno i Distinti erano accessibili) e poi a mente fredda vediamo che cosa c’è da migliorare.

Dunque, spunti interessanti. Tipo: quale campionato è lecito attendersi dal Catanzaro; quale è la reale forza di questo gruppo; la preparazione sta condizionando le prestazioni di diversi calciatori apparsi lenti e imballati (Papasidero, Borghetti, Squillace, Maisto, Quadri, Masini e in parte Fioretti); ci sono alternative valide al modulo utilizzato da Cozza e soprattutto se i giocatori a disposizione sono adatti al 3-4-3. Detto che pretendere la doppia promozione in due stagioni è un po’ troppo, ma sarebbe sbagliato mettere limiti specie con la formula dei playoff che lascia spazio a sorprese; detto che la forza di una rosa non si può valutare in due gare; detto che la forma ottimale è difficile da avere a settembre per atleti dalle leve lunghe e possenti (Carboni, infatti, sta benissimo); ci concentriamo su una questione tattica che sta tenendo banco: il 3-4-3 prediletto da Cozza e gli uomini che devono interpretarlo.

È la solita discussione da bar, ma cerchiamo di andare al di là dei luoghi comuni. Il più classico è questo: con la difesa a tre aumentano i rischi di prendere gol rispetto a chi ne schiera quattro. È vero il contrario: i tre hanno il compito di restare bloccati dietro e compatti a guardia della zona più pericolosa (quella dell’area), mentre a quattro gli esterni partecipano molto più alla manovra e non è raro vederli in ritardo su un ribaltamento veloce dell’azione. Non è un caso che anche in A le retroguardie meno battute sono proprio quelle a tre. Il problema nasce a centrocampo: se lo perdi o non ha gli uomini capaci di reggere il confronto e fare filtro, allora tutti i vantaggi vanno a farsi benedire: la difesa sarà sempre sotto pressione, l’attacco riceverà rifornimenti a singhiozzo. Insomma, è la zona mediana a dare equilibrio e a permettere agli allenatori le variazioni tattiche.

Anche qui chi sceglie la difesa a tre spesso preferisce «blindare» il centrocampo con 5 giocatori: tre centrali a dettare il pressing in fase di recupero e poi avviare le trame offensive, mentre i due esterni diventano armi letali con velocità e inserimenti, ma anche utili in fase di copertura quando a cercare fortuna è un centrale oppure in fase di diagonale quando è l’opposto avversario a cercare di trovare spazi liberi nella difesa. I due attaccanti, poi, possono dosare le forze avviando sì un pressing all’inizio dell’azione ma senza doversi spompare in lunghe rincorse.

Al contrario, la difesa a quattro presuppone due esterni veloci, capaci di fare tutto il campo per novanta minuti e dotati di buoni piedi. Se il centrocampo è sempre a quattro ci saranno molti interscambi per non dare punti di riferimento, se invece è a tre allora sarà una sorta di «difesa» avanzata nella zona mediana, pronta a bloccare il centro e a far ripartire in modo efficace i tre attaccanti. Questi devono essere rapidi e magari in grado di giocare su ogni fascia. Non solo, saranno anche i primi difensori, ripiegando all’indietro per pressare gli avversari quasi subito. Inutile aggiungere che ci vuole grande dinamismo e corsa: è un modulo spregiudicato che punta ad accorciare il campo. Molti gol fatti, molti subiti. A meno che i tre attaccanti siano solo sulla carta.

Arriviamo al Catanzaro: Cozza predilige il 3-4-3. Un modulo che può essere letale a patto che il centrocampo regga l’urto, specie se si trova in inferiorità numerica. I tre attaccanti (o almeno due di loro a turno) dovrebbero mettere pressione ai portatori di palla per sopperire a questo rischio. Il rischio è di sfiancarli senza avere risultati apprezzabili. Altro rischio: se i quattro al centro non sono molto rapidi, diventa difficile costruire il gioco. Insomma, senza gli uomini giusti diventa complicato trovare un equilibrio. Due sole gare sono pochine, ma le difficoltà incontrate con Barletta e Latina hanno alimentato dei dubbi. Si deve allora continuare su questa strada oppure è meglio cambiare, almeno nelle partite più complicate? O addirittura pensare a un nuovo modulo? 

Il discorso è lungo. Domani lo riprenderemo.

Francesco Ceniti

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