Nicola Bignotti si è seduto nel Salotto di UsCatanzaro.net e ha parlato di tutto: del percorso della società, della sua storia personale, della squadra che verrà, dei cantieri che la città aspetta. Bresciano di nascita, un’esperienza consolidata nel calcio professionistico maturata tra la Svizzera, la Serie A e la Serie B, il nuovo direttore generale dell’Us Catanzaro è arrivato in giallorosso da due mesi. E la prima cosa che fa, quando gli si dice che la sua nomina è il segnale di una volontà di puntare in alto, è spostare il riflettore altrove.
«Io penso che non sia la mia nomina a dimostrare la volontà della proprietà di crescere: lo hanno dimostrato negli anni precedenti e la società è in una crescita continua ormai da anni», dice. «Penso che non siano una o due persone a cambiare o a dare valore a questo percorso di crescita: è la società che sta crescendo. Quando arrivano persone nuove magari c’è entusiasmo, magari ci sono più aspettative. È chiaro che il lavoro mio, nel caso specifico, sarà quello di portare a termine le aspettative e gli obiettivi che ci sono stati dati dalla proprietà».
Il Catanzaro, in conferenza stampa come in questa chiacchierata, l’ha definito una seconda opportunità. Perché tornare in Italia, dopo dieci anni oltreconfine, non era affatto scontato: «Per le società italiane restavi una figura che non conosceva il campionato, anche se poi la mia attività e il mio lavoro quotidiano non prevedono la conoscenza specifica dell’aspetto sportivo dei campionati, perché quello, ben sapete, lo fa il direttore sportivo». Tanto che a un certo punto aveva immaginato un’altra strada. «Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di interfacciarmi con degli investitori americani, avevo seguito la cessione del club per cui lavoravo negli ultimi anni in Svizzera e quindi mi si era aperto un mondo diverso: avevo pensato di dedicarmi prevalentemente a quello».
Poi c’è stato l’incontro con il presidente, e le carte si sono rimescolate. «L’ho detto pubblicamente: l’incontro col presidente mi ha dato un entusiasmo enorme, mi ha dato la voglia di rimettermi in discussione nonostante non sia più giovanissimo, e mi ha dato un’energia pari a quella che avevo quando ho iniziato». Un’energia che, sostiene, non ha fatto che crescere da allora, alimentata da ciò che ha trovato: «Catanzaro è una piazza importantissima dove la città e i tifosi vivono per la squadra. Oggi l’hanno dimostrato a Giovino, presentandosi in tantissimi a sostenere la squadra. È una città e un territorio dove respiri calcio, e quindi l’entusiasmo sta continuando ad aumentare».
Uomo di numeri e di strutture, gli viene fatto notare. Non lo nega, e spiega da dove arriva. «Nel mio percorso ho avuto due grandi presidenti. Il primo, che mi ha formato moltissimo, è Gianfranco Andreoletti, che ha creato una struttura sportiva e uno stadio di primissimo livello e ha fatto dei numeri la sua forza, come uomo di business e poi uomo di calcio. Il percorso con lui è sicuramente quello che più mi ha formato da questo punto di vista, e che mi porto dietro perché è diventato mio: è stato un presidente che mi ha, chiamiamolo così, forgiato». Il secondo maestro è l’esatto contrario: «Poi ho avuto un altro grande presidente che è all’opposto, più vulcanico, più empatico: Enrico Preziosi, che però coi numeri non c’entra niente. Ma anche da lui ho imparato moltissimo». E siccome i numeri e le strutture, a Catanzaro, significano soprattutto una cosa, arriva anche la risposta secca che i tifosi aspettavano: «Con la Carrarese giochiamo al Nicola Ceravolo».
Il passaggio più sentito, però, è quello sul legame tra la città e la squadra, in un momento in cui il calcio — nazionale e internazionale — non attraversa la sua stagione migliore. Perché a Catanzaro la gente continua a innamorarsi di questo sport? «Ce l’hanno nel proprio DNA: vivono la società e la squadra come parte della loro vita, ed è un legame forte. È un legame che ci dà onore e, da un certo punto di vista, anche un onere, perché rappresentare questa tifoseria è qualcosa di veramente importante. Vedere questa passione è incredibile, perché non sono più così tante le piazze che vivono questo legame viscerale tra proprietà, città, territorio e squadra. Abbiamo la fortuna di avere queste caratteristiche e una delle nostre volontà è di lavorare su di esse e creare ancora più relazione tra la gente e la squadra». Non è un discorso astratto: la presentazione della squadra al Parco della Biodiversità nasce esattamente da lì. «È un evento studiato e voluto dalla proprietà appositamente per la squadra, qualcosa che deve enfatizzare questo rapporto. Non ci siamo aggregati a nessun evento: abbiamo voluto un nostro evento specifico, una sera speciale tra noi e i nostri tifosi, nel cuore della città». Sul fronte istituzionale, conferma di muoversi anche a quel livello: «Sì, mi interfaccio anche con la Regione».
Sul campo, invece, chiede tempo. Quando si vedrà la squadra che proprietà, direttore generale e direttore sportivo hanno in testa? «È difficile dare una risposta. Siamo una squadra che ha cambiato tanto, ma soprattutto ha dovuto fare una preparazione che per motivi logistici non le ha permesso di fare un numero così elevato di amichevoli come altre squadre. Tanti cambiamenti, poche amichevoli: questo ci ha fatto partire con un po’ di ritardo». La fiducia, però, non manca: «L’ho detto a Ciro Polito dopo la partita di Vicenza: ritengo che la squadra sia forte e che ci darà delle soddisfazioni. La proprietà era a Giovino anche oggi e non lascerà nulla di intentato per rafforzarla ulteriormente, se ci saranno le giuste opportunità. E Ciro Polito, l’ho detto più volte, è un direttore sportivo bravissimo, che conosce il campionato italiano in modo ottimale: sono molto fiducioso». Una data, però, non la fissa: «Non so quando saremo al 100%, questo non te lo so dire. È ovvio che tutti auspichiamo il prima possibile. Dobbiamo semplicemente dare alla squadra il giusto tempo per amalgamarsi e per dimostrare il proprio valore, che a mio modo di vedere è molto alto».
Resta il capitolo che più tiene banco in città: lo stadio e il centro sportivo. Qui Bignotti parte da un punto fermo. «La società è già incanalata su un percorso virtuoso, quindi il mio lavoro parte già avvantaggiato. Partiamo da un presupposto: sia noi che il Comune di Catanzaro abbiamo un unico intendimento chiaro e preciso, cioè dare la possibilità ai nostri tifosi di poter utilizzare lo stadio Ceravolo nel minor tempo possibile e nella maggior situazione di comfort possibile. Lavoriamo di concerto tutti i giorni, in prima persona il sindaco e il presidente: sia il Comune che la società sono operativi proprio con i loro esponenti massimi per far sì che tutto funzioni nel più breve tempo possibile». Il metodo concordato è duplice: «Ci siamo dati un impegno reciproco: avere delle riunioni operative molto ristrette, ma soprattutto comunicare in maniera molto chiara e trasparente, perché riteniamo che la trasparenza sia determinante».
Sulle date, però, non si sbilancia, e spiega perché. «A oggi non ti so dare una risposta chiara. È ovvio che lavorare su uno stadio vecchio non è banale: è come ristrutturare una casa antica, ogni cosa che tocchi non sai mai che risvolti ti possa dare». Il centro sportivo, al contrario, corre su un binario che il club controlla direttamente: «Il presidente in prima persona ci sta lavorando in maniera determinata, anche la prossima settimana so che avrà delle riunioni con i progettisti. Entrambe le cose stanno andando avanti con determinazione. Sul centro sportivo è chiaro che siamo interessati solo ed esclusivamente noi, quindi siamo noi che dettiamo i tempi in tutto e per tutto. Sullo stadio ci sono situazioni che noi non possiamo gestire e che stiamo cercando di aiutare a rendere più funzionali possibili».
La chiusura è un impegno preso ad alta voce davanti alla tifoseria: «Daremo sicuramente delle tempistiche insieme al Comune, regolarmente, con aggiornamenti regolari e con una trasparenza che sia tale, perché i nostri tifosi meritano chiarezza e meritano considerazione, perché loro nei nostri confronti la danno regolarmente».
Redazione 24

