Ventuno giorni senza campionato, a ottobre, non sono pochi. Soprattutto quando alle spalle hai un avvio di stagione complicato e davanti una classifica che avresti immaginato diversa. La pausa ha fermato le partite, non le discussioni. Anzi, a Catanzaro di calcio si è continuato a parlare come sempre, forse anche di più.
C’è chi avrebbe cambiato modulo, chi qualche interprete, chi avrebbe dato più tempo a tutti. In tre settimane abbiamo rifatto la formazione almeno una decina di volte, trovato soluzioni e individuato responsabilità. Del resto, dalla tribuna o davanti a un caffè, certe partite sembrano sempre più facili.
Adesso, però, si torna a giocare. E le risposte dovranno arrivare dal campo.
La sosta ha dato a Gorgone la possibilità di lavorare con maggiore continuità, cercare nuovi equilibri e intervenire su ciò che non ha funzionato nelle prime giornate. Ventuno giorni possono essere utili per conoscersi meglio, recuperare energie e rimettere ordine nelle idee. Non bastano, naturalmente, a cancellare le difficoltà.
Catanzaro-Mantova diventa così qualcosa di più della sesta giornata di campionato. È l’occasione per capire da dove può ripartire questa squadra.
E non è un particolare secondario che si giochi al Ceravolo.
Il Ceravolo e quel legame che fa la differenza
Chi ha vissuto il Catanzaro degli ultimi anni sa bene quanto abbia contato il fattore campo. Ma ridurre tutto ai cori, alle bandiere e agli spalti pieni sarebbe raccontare soltanto una parte della storia.
Al Ceravolo è successo qualcosa di più importante: una città ha ritrovato il piacere di riconoscersi nella propria squadra.
Lo si vede nelle famiglie che arrivano allo stadio insieme, nei ragazzi che hanno cominciato a seguire il Catanzaro vivendo stagioni che ricorderanno a lungo, in chi frequenta quei gradoni da decenni e continua a emozionarsi come la prima volta.
Generazioni diverse, abitudini diverse, un’unica passione.
Negli ultimi anni questa partecipazione ha accompagnato la crescita della squadra, diventando una componente importante dei risultati raggiunti. Il Ceravolo è tornato a essere un campo difficile, un luogo nel quale gli avversari sanno di trovare non soltanto undici calciatori, ma un ambiente capace di spingere e trascinare.
È un vantaggio che il Catanzaro non può permettersi di perdere. Soprattutto adesso.
Perché quando le cose non girano, quando manca un risultato e qualche certezza comincia a vacillare, sentire il proprio stadio vicino può aiutare a ritrovare fiducia.
Naturalmente, il pubblico non può risolvere i problemi tattici. Quelli spettano all’allenatore e ai calciatori. Ma può contribuire a creare le condizioni perché una squadra torni a esprimersi con maggiore serenità e convinzione.
Il fattore umano, quello che non compare nelle statistiche
C’è un altro aspetto che ha caratterizzato il Catanzaro delle ultime stagioni e che merita di essere ricordato proprio in un momento come questo.
Il rapporto tra le persone.
Tra chi guida la società, chi lavora quotidianamente con la squadra, chi scende in campo e chi la segue dagli spalti. Un rapporto che non significa assenza di contrasti o di critiche, ma condivisione di un percorso.
Le stagioni migliori non sono state costruite soltanto con buoni calciatori e scelte tecniche azzeccate. Sono nate anche dalla capacità di creare un ambiente nel quale ciascuno sentiva di avere una parte di responsabilità.
Ecco perché oggi sarebbe sbagliato confondere la necessità di cambiare passo con quella di mettere tutto in discussione.
Le critiche sono legittime, soprattutto quando i risultati non arrivano. Il tifoso ha il diritto di essere deluso, di chiedere spiegazioni e di pretendere prestazioni all’altezza della maglia.
Ma c’è una differenza tra pretendere di più e contribuire a creare un clima nel quale ogni errore diventa una colpa e ogni difficoltà sembra insuperabile.
La compattezza non serve quando si vince e tutti sono contenti. Serve quando le cose si complicano.
E Catanzaro, negli ultimi anni, ha dimostrato di saperlo fare.
Il Mantova, la Serie B e le risposte che servono
Oggi arriva il Mantova e il Catanzaro dovrà dimostrare che queste tre settimane sono servite a qualcosa.
Non basteranno la voglia di riscatto o il sostegno del pubblico. Servirà una prestazione diversa, una squadra più sicura, capace di affrontare i momenti difficili della partita senza perdere lucidità.
La Serie B è un campionato che conosciamo bene. Basta poco per cambiare prospettiva, ma altrettanto poco per ritrovarsi in difficoltà. Le previsioni estive contano fino a un certo punto e la classifica, settimana dopo settimana, finisce per mettere tutti davanti alla realtà.
Il Catanzaro deve recuperare terreno, ma soprattutto deve ritrovare se stesso.
Non significa pretendere che tutto cambi in novanta minuti. Significa chiedere segnali concreti, riconoscere una squadra che abbia idee, carattere e voglia di reagire.
Il Ceravolo, del resto, non ha mai preteso soltanto vittorie. Ha sempre saputo riconoscere chi lotta, chi non si risparmia, chi dimostra di sentire il peso e l’orgoglio di quella maglia.
E quando squadra e pubblico riescono a ritrovarsi, a Catanzaro possono succedere cose importanti.
Ritrovarsi, prima ancora di ripartire
Forse è proprio questo il punto da cui ricominciare.
Negli ultimi anni il Catanzaro ha regalato alla sua gente emozioni che sembravano lontane. Ha riportato entusiasmo, riempito lo stadio, riavvicinato generazioni di tifosi e restituito alla città il piacere di vivere il calcio con ambizione.
Ogni stagione, però, ha una storia diversa. Cambiano i calciatori, gli allenatori, gli avversari, le aspettative. E sarebbe ingeneroso chiedere a chi arriva di ripetere esattamente ciò che hanno fatto quelli che lo hanno preceduto.
Quello che non deve cambiare è lo spirito.
La società deve fare la propria parte, Gorgone trovare le soluzioni e i calciatori assumersi le responsabilità che quella maglia comporta. Il pubblico, come ha sempre fatto, saprà accompagnare la squadra senza rinunciare alla propria capacità di giudizio.
Non occorre essere tutti d’accordo su ogni scelta. Basta ricordarsi che si vuole arrivare tutti dalla stessa parte.
Dopo ventuno giorni torneremo al Ceravolo. Ci saranno le solite discussioni sulla formazione, gli sguardi verso il campo durante il riscaldamento, la speranza che questa sia finalmente la partita giusta.
Poi l’arbitro fischierà e tutto il resto conterà poco.
Toccherà ai calciatori dare le risposte che mancano. A chi sarà sugli spalti ricordare quanto può pesare, nel bene, la vicinanza di una città.
Perché ogni stagione è irripetibile, ma quando indossi quella maglia nulla ti è precluso.
Harp

