Una prestazione indecorosa contro il Mantova riporta i giallorossi sull’orlo della crisi. Dagli errori di programmazione alle responsabilità della squadra, fino al futuro della panchina: serve una svolta immediata.
Uno scempio, una prestazione indecorosa, senza anima, senza fiato nei polmoni, senza gambe e soprattutto senza cuore.
Vedere un Catanzaro così irriconoscibile ci ha riportato indietro giusto di dieci anni: nell’agosto 2016 il Cosenza passeggiò al Ceravolo, facendo capire a tutti che quella sarebbe stata una stagione davvero complicata per i giallorossi.
In panchina c’era la “scommessa” Spader, spazzato via dal risultato del derby. Arrivò Erra e la squadra, dopo una stagione da incubo, si salvò dalla retrocessione in D solo al playout contro la Vibonese, grazie ai gol di Serao. Uno che alla maglia ci teneva in modo pazzesco e che ieri avrebbe fatto molto meglio dei tanti figuranti vestiti di giallorosso in un campionato di B che richiederebbe altre prestazioni.
Quella partita fu l’ultima della presidenza Cosentino. Un mese dopo incominciò l’era Noto e le Aquile ritornarono a volare.
Solo cinque mesi fa, infatti, siamo arrivati a un gol dalla Serie A. Di più, eravamo il fiore all’occhiello, il modello da prendere ad esempio, la dimostrazione che si può fare bel calcio senza essere una multinazionale e con i bilanci in regola.
Ma il calcio sa essere impietoso, non concede bonus a nessuno: oggi ci ritroviamo dalla parte opposta e solo la penalizzazione della Juve Stabia ci evita l’umiliazione dell’ultimo posto.
Come è stato possibile tutto questo?
Sì, quella fatta da Ciro Polito è un’analisi perfetta e impietosa:
«Contro il Mantova ho visto il peggior Catanzaro da quando sono qui. In questi tre anni non ero mai sceso a parlare al termine di una partita, se sono qui è perché bisogna restare uniti per portare a casa la salvezza».
Tutto giusto, se non fosse che in questa situazione ci siamo finiti per scelte sbagliate che portano la sua firma. E adesso non basta una disamina corretta per fare punti, servono i fatti. E con urgenza.
Gli errori di una stagione nata male
Il disastro ha origini lontane: siamo partiti con il piede sbagliato già con la querelle dell’allenatore. Puntare su un emergente come Turati aveva la sua logica, come lo sarebbe stato Galloppa.
Ma una volta subito il vergognoso dietrofront dell’ex Siracusa (ma perché c’è stato?), ci siamo ritrovati spiazzati e in ritardo, ripiegando (perché è stato un ripiego) su Gorgone, retrocesso con il Pescara, senza prendere in considerazione tecnici più esperti e in grado di recuperare il tempo perso.
La campagna acquisti è stata deludente: a parte il colpo Pafundi, il resto era ed è un investimento sul futuro, senza certezze sul presente. Pericoloso, molto pericoloso.
La vicenda Pittarello è la cartina tornasole di questo azzardo: si sapeva benissimo che sarebbe finito a Pisa, ma si è preferito aspettare fino all’ultimo prima di dare al gruppo un vero centravanti, preferendo non investire il tesoretto dalle cessioni in un giocatore più strutturato come Di Nardo (tra l’altro gradito a Gorgone, lo aveva allenato a Pescara) per mettere sotto contratto Pecorino, in grave ritardo di preparazione.
A proposito: il ritiro di Livigno è stato surreale. Concordato con Turati, è stato poi confermato, ma in Lombardia si è presentata una rosa che poi è cambiata radicalmente.
Insomma, ci ritroviamo 30 calciatori in organico, ma incredibilmente difesa e centrocampo hanno uomini contati e non all’altezza, mentre in attacco per diverse partite il titolare è stato il volenteroso Koffi. Ma in B questo non può bastare.
Nessuno pretendeva nuovi Cissé, Liberali e Favasuli, ma non era chiedere la luna prendere tre o quattro acquisti di categoria per rimpiazzare Pompetti, Pontisso, Brighenti e lo stesso Pittarello.
A parte Mosti (schierato in una zona del campo non gradita), sono arrivati giocatori fuori condizione o reduci da una rovinosa retrocessione, come Dorval, pagato un milione di euro e finora fotocopia dell’irritante esterno visto a Bari.
Ecco il Bari, in comune abbiamo il ds e la promozione mancata di un soffio.
Ma per fortuna abbiamo una società che non ha un Napoli a cui pensare e starà soffrendo come noi per questa situazione. E siamo sicuri che farà di tutto per risalire la corrente.
Il peccato originale e la necessità di cambiare rotta
Resta il peccato originale. Si sapeva che questa sarebbe stata una stagione molto complicata: la A sfiorata, lo stadio da ristrutturare, le partenze inevitabili dei giovani talenti e dell’allenatore che li aveva valorizzati.
Si sapeva e proprio per questo era un motivo in più per muoversi con cautela, senza troppe scommesse.
Si è scelta la strada opposta, ma la sindrome da Re Mida è pericolosa.
Occorre sterzare immediatamente, dare una scossa e un segnale ai giocatori: devono prendersi le loro responsabilità e tirare fuori gli attributi.
E Gorgone?
La prestazione contro il Mantova è una sentenza. Semmai la difficoltà è trovare adesso un allenatore con motivazioni, idee ed esperienza che, prima di una trasferta complicata a Verona (per giunta di venerdì), accetti di venire a lavorare nel cantiere Catanzaro, dove le macerie sono così enormi che al confronto quelle dello stadio sembrano roba da condominio.
E sia chiaro, queste macerie non sono state causate (solo) da Gorgone.
Francesco Ceniti
Foto estratta da LaB Channel

