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I fili invisibili del Ceravolo: Catanzaro e Ascoli, quando il calcio profuma di storia e tradizione

Tra sciarpe al vento, spalti di passione e la sfida culinaria tra l’Illustrissimo (il morzello) e l’oliva ascolana. In fondo, Catanzaro-Ascoli, una sfida tra due provinciali terribili degli anni Settanta e Ottanta, riporta alla memoria il sapore verace del calcio di una volta.

L’Italia nasconde una geografia sottile e intima, invisibile alle carte stradali e alle guide turistiche patinate. È una mappa impalpabile fatta di suggestioni, ricordi e campanili che si intravedono in lontananza, creando legami silenziosi.

Sabato alle ore 17.15, al Ceravolo, uno di questi invisibili fili collegherà i tre colli assolati e battuti dal vento con l’eleganza antica della Valle del Tronto.

Quando le Aquile giallorosse incroceranno i tacchetti con il picchio bianconero, sul prato del Nicola Ceravolo andrà in scena molto più di una semplice sfida di campionato: sarà l’incontro ravvicinato tra due vere e proprie capitali della provincia nobile, custodi gelose di quell’autenticità viscerale e fiera che le grandi metropoli finiscono inevitabilmente per smarrire. È un calcio dal sapore antico, di quelli con i gradoni di cemento che trasudano passione genuina, fischietto e sudore, ben lontano dai salotti patinati delle multinazionali del pallone.

Da un lato c’è la Città delle Cento Torri, che rapisce con la sua bellezza armoniosa e composta, fatta di piazze luminose che evocano eleganti salotti all’aperto e campanili medievali, dove il tempo scorre con lentezza aristocratica tra i tavolini dei caffè storici. Dall’altro, Catanzaro risponde con la sua vitalità passionale e il suo carattere aperto e sanguigno. La città, adagiata tra l’imponente arcata del viadotto Bisantis e la brezza instancabile dello Ionio, respira un’aria che alterna carezze a sferzate, forgiando nei suoi abitanti uno spirito tenace e un senso d’appartenenza radicato.

È la sfida arguta tra la sobria misura marchigiana e l’accoglienza travolgente della nostra Calabria, due identità apparentemente distanti che finiscono però per specchiarsi e riconoscersi nella medesima sacra devozione per la propria maglia, per i propri colori e per quel boato collettivo che esplode all’uscita dal tunnel degli spogliatoi. Una speculare affinità che si fa ancora più evidente e passionale quando dalla trepidazione del novantesimo minuto e dalle sciarpe tese al vento si passa al rito solenne della tavola, dove la cultura gastronomica diventa narrazione popolare e filosofia di vita.

Se nel Piceno, l’oliva ascolana rappresenta un virtuosismo di pazienza artigianale, un piccolo capolavoro di manualità sapientemente fritto e destinato alla convivialità passeggera, dalla cima dei nostri tre colli la risposta catanzarese non può che essere il sacro e inimitabile rito del morzello, custode verace e intransigente d’identità, speziato, piccante e identitario, da spezzare e condividere rigorosamente dentro una pitta calda come forma d’amore, di fratellanza e di genuina socialità.

In un’epoca dominata dalla frenesia digitale, dall’omologazione dei gusti e da un calcio sempre più distante dalle sue radici popolari, appuntamenti come questo diventano quasi dichiarazioni d’intenti. Sono occasioni preziose per riscoprire il valore dell’attesa, l’importanza della comunità e l’orgoglio di tramandare una storia unica che sfida il tempo e le distanze.

E ancora una volta, sarà Catanzaro a parlare al cuore del Paese con la voce calda e generosa della sua gente autentica e inconfondibile.

Immagine dal web

Nadia Stefania De Marco

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Nadia Stefania De Marco

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