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Catanzaro, Palanca e una vita da 11

Scritto da Redazione

Memoria genera futuro

Cedo alla tentazione: scrivere qualcosa sul Catanzaro. Me lo aveva chiesto tempo fa Gennaro Maria Amoruso per UsCatanzaro.net, dopo aver letto alcune mie cronache nerazzurre. “Ma qualche racconto in salsa giallorossa…“, mi scrisse. Non come una richiesta vera e propria, piuttosto come sanno fare quelli che ti offrono uno spunto senza pretese, con una naturalezza che, col tempo, ti lascia addosso la sensazione sottile di doverlo fare. E ancora, un caro amico interista, uomo di scuola, ai vertici un tempo dell’amministrazione scolastica, rispondendo a una mia ennesima chat tinta di nerazzurro, mi scrisse con tono affettuosamente perentorio: “però, forse, qualcosa al Catanzaro dovresti dedicarla”.

Lo faccio. Prima, però, una confessione, che non è un “mea culpa“: sono interista. Lo sono da sempre; una circostanza che spiega perché, nel tempo, la mia attenzione si sia concentrata più sull’Inter che sul Catanzaro. E così, preso dalle vicende della Beneamata, finisco spesso per trascurare i giallorossi. Ma è una dimenticanza solo apparente. Non penso di essere il solo, però, perché chi nasce a Catanzaro — o nei suoi dintorni — anche se tifa per una grande di Serie A, conserva sempre uno spazio intimo per la squadra della propria città. Anche quando non disputa il massimo campionato. E così è per me. Parlerò quindi del Catanzaro, ma non di classifiche né di risultati, preferisco essere cauto.

Scavare nei ricordi, al momento in cui si comincia a seguire il calcio e ci si trova, quasi inevitabilmente, a scegliere una squadra su cui riversare speranze, attese, emozioni. E allora sì: quel volto era il Catanzaro. Avevo circa dieci anni ed ero uno dei più alti tra i miei coetanei quando, a Soverato e fui “reclutato” per il tesseramento federale dal compianto Tonino Fiorita.
Un nome che, per chi ha vissuto l’infanzia sportiva tra Soverato e il suo comprensorio, vale più di un libro di memorie. Dirigente FIGC, punto di riferimento per generazioni di ragazzi, fu lui a farmi tesserare in una squadra locale per la prima volta e a offrirmi l’occasione di scendere in campo.
La mia prima divisa fu fatta di dettagli indimenticabili: un paio di scarpette chiodate numero 37 e una maglia numero 11. Giocavo a sinistra. Anzi, ero — e sono nel calcio — un mancino totale, uno di quelli che non ha mai imparato a usare “l’altro” piede. A quell’età basta poco per illudersi: un numero di maglia, un piede sinistro decente, un’altezza che ricorda quella del proprio idolo, un gol segnato col piede “buono”. E subito credi che il destino abbia già tracciato la tua strada. È un pensiero ingenuo, ma frequente non solo nei bimbi. Un pò come quelli che per il solo essere nati, lo stesso giorno di un grande personaggio, pensano di avere qualcosa di simile o addirittura essere segnati dallo stesso futuro.

Nella mia testa … e nei dettagli, allora, c’era lui: Massimo Palanca. “O Rey di Catanzaro”. L’uomo dei gol direttamente da calcio d’angolo. Alcune immagini non se ne vanno più: il sinistro che disegnava parabole irreali dal calcio d’angolo, l’esultanza capace di sollevare lo stadio. Non ero certo l’unico a imitarlo. Ma, concedetemelo, io avevo quei piccoli “segni” che mi autorizzavano a crederci. Non sono mai diventato un campione. Anche se ancora mi chiedo se non lo sia diventato per mancanza di convinzione perché qualche potenzialità mi veniva riconosciuta. Ho giocato nelle giovanili, poi nei dilettanti, quindi da arbitro. Nel frattempo correvo in bici e giocavo a tennis con buone performance in quest’ultimo sport. Un atleta senza copertina, si direbbe.

Dopo Palanca venne il Brasile. Ero cresciuto, parecchi centimetri in più, niente più numero 37 di piede, ma mi restò l’11, che ritrovai in Éder, mancino devastante della Seleção, e poi in Rummenigge, con l’11 nerazzurro. In sostanza, l’11 è rimasto il mio numero. Ancora oggi, se devo sceglierne uno da farmi mettere dietro la maglia, chiedo quello. Ma quando penso all’11, non penso all’Inter. Penso a Palanca. A quell’11 che il Catanzaro ha ritirato per sempre, lasciandolo solo a lui. Ed è giusto così. Perché per chi è cresciuto sognando Palanca e tifando Catanzaro, l’11 non è solo un numero da indossare: è un numero che ti precede. È la curva dell’infanzia. È la traiettoria di un sinistro impossibile da dimenticare. Anche oggi, l’11 mi sceglie. Come fanno i ricordi quando non chiedono il permesso.

Fabio Guarna

NdR [Fabio Guarna è dirigente scolastico dell’Istituto “Enzo Ferrari” di Chiaravalle Centrale. Ha un profilo professionale poliedrico: è avvocato, professore e giornalista pubblicista. Originario di Soverato, si è laureato in Giurisprudenza a Bologna con una tesi sul diritto penale dell’economia, alla cui discussione parteciparono il giornalista Indro Montanelli e l’ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone. È figlio di Vincenzo Guarna, preside ed intellettuale calabrese scomparso nel 2005.]

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