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Nel mezzo è passato un pezzo della nostra vita

Scritto da Ernesto Sarno

Dal Ceravolo del 1988 a una finale del 2026, attraverso tutto ciò che la vita costruisce e il calcio non dimentica

Ci sono partite che non finiscono mai davvero. Restano sospese da qualche parte, tra la memoria e il cuore, tra uno stadio che continua a vivere dentro di noi e una domenica che il tempo non è mai riuscito a cancellare.

Era il 1988. Io ero un ragazzo sul finire dei miei vent’anni, al primo anno di università. Avevo davanti un trampolino per la vita, anche se allora non potevo ancora saperlo fino in fondo. Studiavo, mi affacciavo al futuro, provavo a capire chi sarei diventato. Ma una cosa la sapevo già: dovunque fossi, qualunque strada avessi preso, avrei seguito il Catanzaro.

Quella domenica ero al Ceravolo. Catanzaro-Lazio. Una partita che valeva la Serie A per entrambe. Ma non era la stessa Serie A.

Per la Lazio, squadra della Capitale, il ritorno nel calcio che conta significava spalancare le porte a nuovi capitali, a finanziamenti privati, a una dimensione economica già pronta ad accoglierla. Per il Catanzaro, invece, la Serie A era un’altra cosa. Era un fatto esistenziale. Era il riscatto di una città, di una provincia, di un popolo che nel calcio non cercava solo vittorie, ma riconoscimento, dignità, appartenenza.

Per noi non era soltanto una promozione.
Era la possibilità di dire ancora una volta: ci siamo anche noi.

Ricordo il Ceravolo come si ricordano certi luoghi sacri dell’infanzia e della giovinezza. Non per la perfezione delle immagini, ma per l’intensità delle sensazioni. Il rumore della gente, i colori giallorossi, l’attesa che ti stringe lo stomaco, quella speranza quasi fisica che prima della partita sembra poter cambiare tutto.

Con me c’era mio padre. Anche lui volle venire. Lui che viveva il calcio con maggiore distacco, senza quella febbre assoluta che avevo io, quel giorno decise di esserci. E forse oggi capisco meglio il perché. Non venne soltanto per vedere una partita. Venne per stare accanto a me.

Dentro di lui, probabilmente, c’era una doppia disponibilità: accogliere con me il successo tanto agognato, se fosse arrivato, oppure sorreggermi se le cose fossero andate male. Perché mi aveva già visto soffrire come un cane quando la Roma perse la finale di Coppa dei Campioni ai rigori, sbeffeggiata da Grobbelaar, con quella crudeltà teatrale che solo il calcio sa infliggere a chi lo ama davvero.

E così fu anche quella volta. Le cose andarono male. E non per colpa del Catanzaro. Ci sono sconfitte che si accettano perché l’avversario è stato più forte. Ce ne sono altre, invece, che rimangono addosso come una ferita storta, perché senti che non tutto si è compiuto secondo giustizia. Quella domenica lasciò questo sapore: amaro, lungo, difficile da mandare via.

✦ ✦ ✦

Da allora sono passati gli anni. Non pochi. È passato un pezzo della nostra vita.

  • Nel mezzo ho studiato.
  • Mi sono laureato.
  • Sono diventato avvocato.
  • Mi sono sposato.
  • Sono nate e sono cresciute le mie figlie.
  • Ho costruito una vita a Milano, lontano da quel Ceravolo e da quella domenica, ma mai davvero lontano da quei colori.

Perché certe appartenenze non seguono la geografia. Ti restano dentro.

Oggi siamo nel 2026 e il Catanzaro si gioca di nuovo la Serie A. Una finale di andata e ritorno contro il Monza. Ancora una volta, il cuore torna indietro. Ancora una volta, la vita sembra chiudere un cerchio che in realtà non si era mai chiuso.

Non sono più quel ragazzo del 1988. Eppure, davanti al Catanzaro che si gioca la Serie A, qualcosa dentro di me torna esattamente lì.

Ho vissuto, ho scelto, ho sbagliato, ho costruito. Ho attraversato città, aule universitarie, tribunali, responsabilità, gioie familiari, paure, traguardi. Eppure, davanti al Catanzaro che si gioca la Serie A, qualcosa dentro di me torna esattamente lì: al Ceravolo, accanto a mio padre, in mezzo al popolo giallorosso, con la stessa paura e la stessa speranza.

Solo che questa volta io e papà non saremo insieme sugli spalti. Io sarò a Milano. Lui sarà a Soverato. La partita la vedremo lontani. Ma forse certe distanze, in sere così, non contano davvero. Perché ci sono legami che passano sopra le città, sopra gli anni, sopra il tempo che cambia le facce e le abitudini. Ci sono fili invisibili che tengono insieme un padre e un figlio anche quando non siedono più uno accanto all’altro.

✦ ✦ ✦

E allora, papà, questa volta te lo chiedo quasi come allora, anche se sono diventato adulto da un pezzo.

Aiutami a crederci.

Credi ancora insieme a me che possiamo farcela. Credi ancora che il Catanzaro possa tornare dove per noi non è mai stato soltanto calcio. Credi ancora che una squadra di provincia possa sfidare il destino, il denaro, le gerarchie, le previsioni, e rimettere in piedi il sogno di un popolo intero.

Perché forse è questo il senso più profondo di questa finale. Non è soltanto tornare in Serie A. È ritrovare, per novanta minuti alla volta, il ragazzo che siamo stati. È sentire che non tutto ciò che passa scompare. È capire che nel mezzo la vita scorre, sì, ma alcune passioni restano ferme come fari.

E allora eccoci qui. Con qualche capello bianco in più, con molte illusioni in meno, ma con il cuore ancora capace di battere per una maglia.

Nel mezzo è passato un pezzo della nostra vita. Ma non è passata la voglia di crederci.

Forza Catanzaro!

Ancora una volta. Come allora. Più di allora.

 

Ernesto Savio Sarno  ·  Milano, Maggio 2026

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Ernesto Sarno

2 Commenti

  • “Perché mi aveva già visto soffrire come un cane quando la Roma perse la finale di Coppa dei Campioni ai rigori”

    Non capisco come si possa soffrire “come un cane” per la Roma che perde la Coppa Campioni…
    Può dispiacere da sportivo, come all’epoca dispiacque un po’ anche a me, ma da qui a soffrire come un cane…

    Con tutto il rispetto avvocato, ma è l’unico passaggio che stride con la vera identità del tifoso catanzarese, per il resto, congratulazioni per il suo racconto, toccante e forza giallorossi (quelli veri).

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