Il 19 dicembre 1979, allo stadio Ferraris di Genova, l’Italia sperimentale di Enzo Bearzot venne sconfitta 2-1 dalla Germania Ovest. Per chi non era riuscito a raggiungere Genova, c’era la diretta su Rai2. In Calabria, e non solo, migliaia di persone si sistemarono davanti al televisore con un orgoglio difficile da raccontare oggi. Una partita che il pubblico accolse con fischi, ma che per i tifosi del Catanzaro rappresentò un momento storico.
Complice l’assenza per infortunio di Francesco Graziani, Massimo Palanca conquistò una maglia da titolare e fece il suo esordio in azzurro. Reduce da un grande avvio di stagione con il Catanzaro, l’attaccante giallorosso disputò una prova brillante, mettendosi in evidenza accanto ad Altobelli e creando diverse situazioni pericolose.
A fine gara Bearzot ne elogiò la prestazione: “Lo credevo leggerino. È invece una punta difficilissima da controllare.” Palanca, emozionato ma soddisfatto, definì la convocazione e l’esordio il coronamento di anni di sacrifici.
Allora c’era il numero 11 giallorosso che inseguiva un sogno chiamato Nazionale. Oggi c’è Costantino Favasuli, cresciuto e valorizzato sul prato del Ceravolo, che si guadagna la convocazione in azzurro grazie a una stagione di personalità, sacrificio e qualità.
Sono epoche diverse, categorie diverse e percorsi differenti. Ma il sentimento è lo stesso. Perché ogni volta che un calciatore legato al Catanzaro viene chiamato a rappresentare l’Italia, non è soltanto un riconoscimento individuale: è il premio a un ambiente, a una tifoseria e a una società che continuano a costruire valore.
Da Palanca a Favasuli, il filo che unisce queste storie è l’orgoglio giallorosso. Ieri un campione che fece sognare una regione intera. Oggi un giovane talento che si affaccia al futuro con la stessa maglia azzurra addosso.
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