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Il nuovo corso, l’Energia e il fascino del tecnico anti-personaggio…

Scritto da Vittorio Ranieri

La confeza stampa di Giorgio Gorgone si è allontanata dalle solite logiche comunicative, per via di un allenatore che punta a valorizzare l’eredità del club e a far parlare il campo…

Nel calcio delle presentazioni roboanti, delle conferenze stampa trasformate in esercizi di comunicazione, dei curriculum esibiti come medaglie e delle promesse confezionate a uso e consumo delle prime pagine dei giornali, siamo ormai abituati a conoscere prima il mister-personaggio e poi l’essenza del tecnico stesso.

Per fortuna che, invece, il nuovo corso del Catanzaro, con Giorgio Gorgone in panchina, sembra voler sfuggire da questa logica.

Ci sono allenatori che arrivano in una piazza e sentono il bisogno di “spiegarsi”, di raccontare la propria idea di calcio, promettendo spettacolo e rivendicando un’identità. In fondo, cercano di presentare soprattutto se stessi e cercare di piacere, di farsi accettare dai loro nuovi tifosi.

Poi ci sono quelli che fanno il percorso inverso. Arrivano e quasi chiedono di essere giudicati il meno possibile in attesa che parli il campo. Mister Gorgone, a mio avviso, appartiene a questa seconda categoria, non perché sia un tecnico privo di storia, ma sol perché non avverte il bisogno di costruirsi un personaggio.

Nell’arco dell’ultimo mese, in cui il dibattito si è consumato tra la nostalgia per l’amatissimo Aquilani e l’antipatica telenovela legata a Turati, l’Uesse ha scelto l’uomo magari meno romanzabile, che, tuttavia, fin dalle prime battute, ha colpito per lo sguardo profondo, per la compostezza dei modi e per una serietà che è sembrata quasi disarmante. Ed è forse proprio questo il dettaglio più interessante.

Alla sua prima conferenza stampa, Gorgone non ha cercato di offrire alla platea il titolo del giorno. Non ha inseguito la frase destinata a diventare virale. Semmai, ha preferito raccontare una ferita ancora aperta, ovvero quella per la retrocessione col Pescara, quasi a ricordare che gli allenatori, prima ancora dei tattici, sono uomini che si portano addosso sconfitte e rimpianti. Ha ringraziato il presidente Noto e il direttore sportivo Polito, ha confessato che la chiamata del Catanzaro lo ha inorgoglito e ha pronunciato una frase che racconta molto del suo carattere: «Per qualcuno questa è una patata bollente. Per me no». Punto, chapeau.

Non è sembrata una dichiarazione di spavalderia. Semmai qualcosa di più sottile. È il rifiuto della narrazione facile, anche perché una panchina non è bollente o fredda: è semplicemente un posto da meritarsi strada facendo.

C’è stato poi un altro passaggio della sua “prima” innanzi ai cronisti catanzaresi che merita attenzione. Non ha parlato di rivoluzione. Ha detto di voler «sfruttare il lavoro degli anni scorsi», aggiungendo che proverà a metterci «energia, forza e coraggio». Bella, ricca di significati, la parola “energia”, che, oggi, paradossalmente, appare quasi un pensiero rivoluzionario.

Ogni allenatore, infatti, arriva convinto di dover rifondare tutto, come se il proprio predecessore fosse soltanto un ostacolo da rimuovere. Lui no. Sa che il Catanzaro non è nato ieri. Ha ormai un DNA calcistico ben definito, un’identità costruita attraverso il gioco, il coraggio e quel felice equilibrio tra gioventù ed esperienza che, negli ultimi anni, ha regalato entusiasmo e sogni. Le eredità, quelle vere, non si cancellano: si raccolgono e si fanno crescere. Magari si rigenerano con nuova linfa e con quella energia, di cui, probabilmente, ha bisogno un gruppo reduce da una serie A che avrebbe meritato e che è sfuggita per colpa di un regolamento beffardo.

Come ha ricordato, nei giorni scorsi, il collega Antonio Pileggi, mister Gorgone ama la filosofia. Eppure, in conferenza stampa, ha chiesto che gli venga tolta proprio l’etichetta di “allenatore filosofo”. Una presa di distanza, quasi controcorrente, in un’epoca in cui tutti sembrano avere bisogno di uno slogan o di un’etichetta per raccontare prima il personaggio e poi l’idea di calcio da portare avanti.

La sua filosofia, se proprio bisogna chiamarla così, sta forse tutta in un’altra frase: «Alla base di tutto c’è il gruppo». Parole semplici, quasi antiche. Persino scontate, se estrapolate dal contesto. Eppure il calcio continua a funzionare esattamente così. Le idee servono, i moduli cambiano, ma le squadre vincono quando undici uomini decidono di pensare, di credere e di giocare nella stessa direzione, di fare per il compagno quel “centimetro” reso immortale dal discorso alla squadra di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica”.

È qui che emerge il tratto più originale di Giorgio Gorgone. È un anti-personaggio, che innanzi alle telecamere ed ai taccuini non ha cercato il consenso attraverso le parole, non si è messo al centro del racconto promettendo miracoli. Ha preferito parlare di entusiasmo, di lavoro e di “Energia”. In un calcio che costruisce personaggi prima ancora degli allenatori, lui sembra voler fare il percorso inverso: dimostrare di essere il tecnico giusto al posto giusto prima ancora di essere personaggio.

Ed è forse proprio questa la scommessa più affascinante del Catanzaro edizione 26/27: non affidarsi all’uomo che sa raccontarsi meglio, ma a quello che sente meno il bisogno di farlo!

Perché, in fondo, nel calcio i personaggi riempiono le conferenze stampa, gli allenatori, invece, provano a riempire la classifica…

In bocca al lupo, mister!

 

 

Autore

Vittorio Ranieri

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