Prima del premio, quando la sera d’agosto avvolge Squillace e l’estate sembra poter durare per sempre, un ragazzino con la maglia del Catanzaro si avvicina timidamente a Floriano Noto. Vive lontano. È uno dei tanti figli di quella Calabria che continua a crescere anche altrove, nelle città dove un giorno sono andati via i genitori, portandosi dietro accento, ricordi e nostalgia. Ma ogni estate torna a Squillace. Torna dai nonni, dagli amici delle vacanze, dal mare, dalle strade che riconosce anche dopo un anno. E torna con quella maglia giallorossa addosso. Chiede a Floriano Noto di firmarla. Il presidente prende il pennarello e lascia il suo autografo. Un gesto semplice, quasi nascosto prima che cominci la cerimonia. Ma negli occhi del ragazzo quella maglia è già diventata un trofeo. A settembre ripartirà. Finiranno le sere in piazza, il mare, le corse con gli amici, le giornate senza orologio. Ricomincerà la scuola, lontano dalla Calabria. E magari quella maglia finirà davanti agli occhi dei suoi compagni di classe: «Guardate, me l’ha firmata il presidente del Catanzaro». La mostrerà con l’orgoglio con cui si mostra qualcosa che gli altri non possono avere. Perché non sarà soltanto un autografo. Sarà la prova di un’estate trascorsa a casa, anche se casa è ormai un posto nel quale si torna soltanto per qualche settimana. Poi arriverà un altro inverno, passeranno altri mesi. Ma nell’armadio resterà quella maglia. Ad aspettare la prossima estate. Ad aspettare il prossimo ritorno. Perché l’emigrazione calabrese, qualche volta, si racconta anche così: con un bambino che parte portandosi dietro una maglia giallorossa firmata e un pezzo di Squillace che non entra in nessuna valigia.
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