Pafundi inventa, Iemmello comprende. E il Catanzaro ritrova quella parte del calcio che si può preparare per una settimana, ma si decide in un attimo.
Di Ernesto Savio Sarno
Ci sono allenatori che trascorrono notti a cercare un varco. Spostano uomini sulla lavagna, disegnano diagonali, studiano le distanze fra i reparti. Poi arriva un ragazzo che lo trova dove gli altri scorgono soltanto una gamba avversaria. E c’è un centravanti che comincia a muoversi prima ancora che il compagno abbia deciso di servirlo.
A quel punto, la tattica resta sulla carta. La partita è già andata oltre.
La combinazione fra Simone Pafundi e Pietro Iemmello, decisiva contro la Carrarese, invita a interrogarsi su questo confine. Nel suo commento, Tullio Calzone richiama il valore esemplare dell’azione e la centralità del capitano nel destino del Catanzaro. Da quella lettura nasce una domanda: quanto si può insegnare del calcio, e quanto appartiene invece alla sensibilità irripetibile di chi lo interpreta?
Ci sono giocate che il giorno dopo si possono spiegare alla perfezione: fermare l’immagine, indicare lo spazio, ricostruire il movimento. Il difficile è anticiparle.
Pafundi e Iemmello si incontrano proprio lì.
Il primo possiede l’immaginazione di chi intravede una possibilità dentro una situazione chiusa. Il secondo conosce il mestiere abbastanza da riconoscerla mentre prende forma. Uno suggerisce una frase, l’altro ne intuisce la conclusione. Il pallone passa dall’uno all’altro come un pensiero condiviso.
La differenza d’età diventa così una risorsa tecnica, quasi una conversazione fra due stagioni del talento. Da una parte l’audacia di tentare; dall’altra la capacità di scegliere il momento. La freschezza dell’invenzione trova chi sa darle un esito.
Iemmello esercita un’autorità particolare. Il suo peso sulla partita nasce anche dalla capacità di leggere ciò che accade intorno a lui. Un centravanti di questa qualità offre al compagno una destinazione: rende credibile un passaggio difficile, dà una ragione al rischio, trasforma un’intuizione in un’occasione concreta.
Per un talento come Pafundi, avere davanti qualcuno così significa poter osare, certo che al pallone seguirà un movimento.
Ecco perché certe intese valgono più la somma delle qualità individuali: il talento dell’uno rende utilizzabile quello dell’altro.
Naturalmente, tutto questo ha bisogno di una squadra. Servono compagni che sostengano l’azione, occupino gli spazi, recuperino palloni e mantengano l’equilibrio. Il lavoro dell’allenatore crea le condizioni perché l’incontro fra due intelligenze calcistiche possa ripetersi e non disperdersi.
Un buon sistema deve anche lasciare libertà a chi aggiunge qualcosa. È una delle prove più difficili per un tecnico: riconoscere quando l’organizzazione ha svolto il proprio compito e deve concedere all’interprete l’ultima parola.
Contro una Carrarese capace di rendere la vittoria sofferta e incerta, quella parola l’hanno pronunciata Pafundi e Iemmello. Il risultato stretto restituisce il peso della giocata: una soluzione trovata dentro una gara che continuava a opporre resistenza. È lì che il gesto tecnico acquista grandezza, quando riesce a sbloccare ciò che sembrava fermo.
Allora viene voglia di chiamarli con il loro nome Numi del calcio. Con l’affettuosa esagerazione che gli stadi concedono ai propri beniamini, certo. Ma anche perché, per un attimo, sembrano essere abitati da entità superiori e sublimi ed al contempo abitare un tempo diverso: anticipano gli altri, si intendono senza spiegazioni, arrivano prima.
Il pubblico riconosce questa facoltà senza bisogno di darle un nome. Trattiene il fiato quando parte il pallone e il movimento del centravanti svela ciò che fino a poco prima era nascosto. Poi esplode.
Il giorno dopo, sulle lavagne, torneranno frecce, distanze e correzioni. Qualcuno proverà a riprodurre quella combinazione, ed è giusto che lo faccia: anche la bellezza insegna.
Ma resterà un dettaglio difficile da codificare.
Come abbia fatto Pafundi a trovare Iemmello. E come abbia fatto Iemmello a sapere che il compagno lo avrebbe servito.

