Il Rompicalcio

Altri dieci minuti di gloria

Scritto da Redazione
Gli errori della società, la macchina del fango in movimento e i sogni dei tifosi. Qualche modesto suggerimento per il Catanzaro di Cosentino
 
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Il campionato più assurdo della storia consegna ai tifosi giallorossi, subito dopo la lunga sosta natalizia, tre settimane senza calcio. La cervellotica sentenza della Disciplinare, che ha cancellato la Nocerina dalle mappe calcistiche, riduce per ora le fatiche di febbraio del Catanzaro. La squadra di Brevi, dopo la visita nella nuova casa di Cozza, riprenderà il suo cammino solo il 23 febbraio ad Ascoli, contro una squadra che ha giocato mezzo campionato con un piede nella fossa ma che, per fortuna, sembra poter risolvere nel migliore dei modi il suo fallimento.

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Tre settimane senza calcio sono lunghe, soprattutto se arrivano dopo sei partite in cui il Catanzaro ha racimolato solo quattro pareggi, segnando la miseria di un gol su rigore. Un’andatura da retrocessione, se le retrocessioni fossero contemplate dal regolamento. Tre settimane sono abbastanza lunghe per consentire a Oscar Brevi, sulla graticola della critica nell’ultimo mese, per restituire al Catanzaro, se non un gioco spettacolare, almeno gli stimoli e la grinta che si sono affievoliti da quando i giallorossi hanno visto allontanarsi definitivamente le corazzate Perugia e Frosinone.

Tre settimane rischiano di diventare lunghissime, soprattutto se le prime parole dopo un incomprensibile silenzio stampa (nella settimana tra lo 0-0 col Lecce e lo 0-0 di Pisa) sono spese dal presidente Cosentino per prendere a schiaffi con un’infelice battuta 77 anni di storia. Proprio quella storia che lui stesso aveva più volte magnificato in altre circostanze. A partire da quel giovedì 27 luglio 2011, non appena il TNAS restituì il pallone alla città di Catanzaro. Quel giorno il patron giallorosso si lanciò entusiasta in un progetto sportivo di rinascita dell’US «capace di di raggiungere traguardi ambiziosi e finalmente all’altezza delle tradizioni calcistiche della città e dei sogni della tifoseria». 

Com’è possibile che dopo due anni e mezzo, 7 campionati di serie A e 28 di B siano ridotti a “10 minuti di gloria“? È evidente che si tratti di una battuta infelice, dettata da un momento di rabbia e dalla pressione quotidiana di una piazza affamata di calcio e di sogni. Una battuta pronunciata proprio a “casa” di uno dei peggiori presidenti della storia del Catanzaro, Giuseppe Soluri, socio peraltro del maledetto FC che ha scaricato su Cosentino la patata bollente di Contrattopoli. Una battuta chiarita stamattina in un’intervista a L’Ora della Calabria, con parole al miele per la piazza giallorossa, parole di rispetto per la storia del Catanzaro, parole di adorazione verso il presidentissimo Ceravolo. 

Ma quella battuta, statene certi, resterà nell’immaginario dei tifosi, pronta ad essere ritirata fuori in qualsiasi momento di difficoltà. Una battuta da brocco, estrapolata dal contesto condivisibile in cui è stata pronunciata («Catanzaro deve guardare al futuro, non al passato»), è diventata subito uno stallone da cavalcare da pochi e grigi cavalieri senza macchia della “stampa” catanzarese. Una battuta che ha ferito per cinque minuti i veri tifosi giallorossi, ma che ha messo in moto la “macchina del fango” in salsa catanzarese, formata dai soliti personaggi che giocano a fare i manager, da figuranti di piccoli club spazzati via dalla storia e da politicanti pronti ad usare come sempre il Catanzaro per i loro interessi elettorali.

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Una tempesta in un bicchiere, scatenata dall’invidia di chi non riesce proprio a sollevarsi dalla sua quotidiana mediocrità. Un disegno senza sbocchi, sfascista, che si nutre della crisi di risultati della squadra. Un disegno il cui obiettivo finale è l’approdo al passato, è il ritorno del Catanzaro nel buio e nella melma in cui una parte della città ama sguazzare per sentirsi importante e coltivare il proprio tornaconto personale. I due fallimenti, però, hanno fatto maturare la tifoseria giallorossa. Che adesso ha gli anticorpi giusti per riconoscere e isolare gli avvoltoi. Una tifoseria che pretende rispetto ma è pronta ad accompagnare pazientemente questa società in un difficile cammino di crescita.

Per farlo ha bisogno di essere libera di criticare, soffrire, bestemmiare, esultare. Senza essere costretta ad alzarsi in piedi e a battere le mani ad ogni giro di campo di Cosentino o dei calciatori. I tifosi pagano il biglietto e hanno il diritto di applaudire o di fischiare, come succede in tutti gli sport e in tutti gli spettacoli. Anche le continue lamentele della società sulle presenze al “Ceravolo” non hanno alcun fondamento e spesso rasentano il ridicolo. Dopo 25 anni di semi-dilettantismo e le umiliazioni della scorsa stagione, nonostante il prezzo degli abbonamenti più alto della categoria, il Catanzaro ha un numero di abbonati e paganti inferiore solo a piazze più grandi (Perugia e Salernitana) o di dimensioni simili (Pisa, Lecce), tutte società che, al contrario della nostra squadra, hanno vissuto il calcio che conta in tempi più o meno recenti. Piuttosto la società stia attenta agli ingressi omaggio che alimentano episodi spiacevoli nel piazzale dello stadio. 

E soprattutto la società rifletta su quello che manca per poter ambire davvero alla serie B. L’azienda-calcio è strana. Spesso i risultati non sono né figli dei soldi spesi (come dimostra il Benevento), né sono lo specchio del blasone di una piazza. I risultati sono frutto di lavoro quotidiano, di una serie di fattori controllabili (come la comunicazione, il marketing o l’assetto societario) e di altri imprevedibili (come un palo di Russotto). Ma servono come il pane professionisti veri, in ogni settore della società. Ben pagati, magari più di un attaccante. Perché non segnano dei gol, ma aiutano una società a crescere, a saper stare al mondo, a farsi apprezzare in ogni cosa. 

PalancaLe dichiarazioni infelici di Cosentino, in un contesto più professionale, non sarebbero deflagrate. Le doti comunicative del presidente non sono il piatto più prelibato della casa. Ma l’assenza di un’altra figura forte in società, che faccia da cuscinetto tra la proprietà e la stampa/tifoseria, in certi momenti sembra una voragine. Sarebbero bastate tre righe di comunicato stampa per chiarire quella dichiarazione, ancor prima che la trasmissione andasse in onda. E invece le parole del patron giallorosso si sono trasformate in un boomerang. Non si è mai visto il capo di un’azienda denigrare il proprio prodotto, con parole che tutti i suoi “clienti” hanno ritenuto più o meno offensive. Piuttosto, presidente, ripensi e utilizzi quella storia per operazioni di marketing mirate a valorizzarla e non si limiti a regalare quattro biglietti alle “vecchie glorie”, solo per placare le velleità propagandistiche del sindaco Abramo.  

Dopo due anni e mezzo di gestione, la società di Cosentino ha riportato il calcio a Catanzaro, mandando in archivio lunghi anni di cialtroni e libri contabili, di straccioni e fideiussioni, di sciacalli e umiliazioni, di riffaioli e presidenti coi soldi degli altri. Proprio quelli che qualcuno sogna di riportare in sella al suo posto. In soli due anni e mezzo il Catanzaro di Cosentino ha ricostruito dalle macerie una società, ha messo in piedi un settore giovanile dignitoso, ha centrato una promozione in C1 con la prima squadra e si trova adesso in lotta per la conquista della serie B attraverso i play-off.

Presidente Cosentino, parli di meno con i tifosi e ascolti di più il suo cuore. Ci regali altri «10 minuti di gloria». Saranno tutti suoi. E nel pantheon giallorosso un posto accanto a Don Nicola lo troveremo subito.

Ivan Pugliese

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