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Turati, il Don Abbondio della panchina: il coraggio resta in ritiro a Livigno

Scritto da Redazione

Alla fine mancava solo Renzo con il contratto in mano e Lucia affacciata dalla sede del ritiro.

Perché la storia tra Marco Turati e il Catanzaro, più che una trattativa di calcio, rischia di diventare una pagina dei Promessi Sposi riscritta in salsa giallorossa. C’era tutto: la parola data, il precontratto, i colloqui con la società, le valutazioni sul mercato, il confronto con Ciro Polito, persino il sopralluogo a Livigno. Mancavano solo i bravi all’ingresso del “Ceravolo” a sussurrare: “Questo matrimonio non s’ha da fare”.

E infatti, a quanto pare, non si farà.

Quando tutto sembrava ormai definito, Turati avrebbe comunicato al Catanzaro la volontà di non accettare l’incarico. Una retromarcia improvvisa, clamorosa, quasi artistica. Di quelle che non si fanno nemmeno nei parcheggi stretti del centro storico. Il tecnico, dopo aver visto, parlato, programmato e immaginato, avrebbe deciso che no, forse era meglio prendere un’altra strada.

Possibilmente meno ripida.

Eppure non si parlava più di un semplice pour parler. Turati aveva già messo un piede dentro il progetto giallorosso. Aveva pianificato il mercato, ragionato sul ritiro, incassato il via libera dal Comitato tecnico della FIGC, con deroga annuale e iscrizione al Master UEFA Pro. Insomma, non era esattamente una chiacchierata da bar tra un caffè e un cornetto.

Era tutto pronto. O quasi.

Poi, al momento di dire davvero sì, è arrivato il grande classico della letteratura italiana: “Carneade, chi era costui?”. Anzi no: “Catanzaro, chi me l’ha fatto fare?”.

Ed eccolo lì, il nostro Don Abbondio della panchina, fermo davanti alla sfida, con il coraggio rimasto probabilmente sul navigatore impostato verso Livigno. La piazza è calda? La responsabilità è grande? Le aspettative sono alte? Meglio pensarci bene. Anzi, meglio pensarci dopo aver già detto sì.

Per carità, i ripensamenti esistono. Le valutazioni personali pure. Nel calcio, poi, le certezze durano spesso meno di una stories su Instagram. Ma qui il punto non è cambiare idea. Il punto è cambiarla dopo aver fatto credere a una società di poter iniziare a costruire, dopo aver condiviso programmi, strategie, prospettive.

Il Catanzaro, dal canto suo, si ritrova ora con il dossier allenatore da riaprire e qualche appunto di mercato scritto forse a matita. Meglio così, dirà qualcuno. Ed è difficile dargli torto. Perché se il dubbio arriva prima ancora del primo allenamento, prima ancora della prima conferenza stampa, prima ancora della prima contestazione immaginaria sui social, allora forse è davvero meglio fermarsi qui.

Una panchina come quella giallorossa non è un corso di orientamento professionale. Non è una visita guidata. Non è “prova Catanzaro per 30 giorni e poi decidi se restare”. È una scelta. Una responsabilità. Un impegno.

Secondo alcune indiscrezioni circolate questa mattina su testate online, il nome di Turati sarebbe stato accostato allo Spezia. Sarà il tempo a dire se il dietrofront sia figlio di un ripensamento improvviso o di qualche nuova tentazione spuntata all’orizzonte. Di certo resta una scena quantomeno curiosa: il Catanzaro che programma, Turati che annuisce, la FIGC che apre la porta, Livigno che aspetta, e poi tutti fermi perché il protagonista ha smarrito la penna nel momento della firma vera.

Ora la società dovrà ripartire, rapidamente e senza farsi prendere dal nervosismo. Giorgio Gorgone, già accostato ai giallorossi, potrebbe tornare d’attualità. Altri nomi verranno valutati. La panchina va assegnata, il mercato non può restare appeso ai dubbi esistenziali di chi prima dice sì e poi scopre che forse era un “ni”.

Resta però una lezione semplice: Catanzaro non è per tutti.

Non lo è per chi tentenna sulla soglia. Non lo è per chi programma il ritiro e poi va in ritiro spirituale. Non lo è per chi studia la rosa, parla di mercato, visita le strutture e poi si accorge all’improvviso che la piazza ha un peso.

Il Catanzaro ha bisogno di un allenatore convinto. Non di un personaggio manzoniano con la tuta sociale. Ha bisogno di qualcuno che sappia entrare al “Ceravolo” senza chiedere prima dove sia l’uscita di sicurezza.

Perché Don Abbondio, si sa, il coraggio non se lo può dare.

Ma almeno, prima di pianificare il mercato, poteva avvisare.

Harp

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