Slow Foodball

L’acqua non ci ha mai rammollito

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Torna l’appuntamento con le trasferte ragionate di Beppe Luglio. Si va a Benevento
 
Le trasferte ragionate di slow foodball

Piove ancora su Benevento. Pioggia vera che costringe la Protezione Civile a diramare allarmi, le scuole a rimanere chiuse, la gente a vivere col naso per aria.

C’è chi ha perso molto in questi giorni. È capitato a donne e uomini comuni, lavoratori, proprietari di aziende piccole, medie, grandi. Il pastificio Rummo ad esempio, è stato colpito duramente. Verrebbe da dire quasi “mortalmente” a vedere certe immagini.

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E invece è stato proprio della Rummo il primo grande messaggio di riscatto. Una pernacchia rivolta al destino, ai responsabili terreni, al dio della pioggia, a quello che volete: “l’acqua non ci ha mai rammolito”.

Pastificio RummoNoi che la pasta Rummo la mangiavamo anche prima, da oggi l’aspetteremo in tavola con appetito maggiore. Buona fortuna Benevento, rialzati presto.

Più leggeri (e quindi anche più affamati) siamo portati a pensare che “l’acqua non ci ha mai rammollito” in fondo valga un po’ anche per noi. Non sono tempi felici per i tifosi del Catanzaro, figurarsi per noi trasfertisti da slowfoodball; eppure quanta acqua è venuta giù in questi anni? Chiudete gli occhi e pensateci un po’. Noè? Un novellino. Peggio, un D’Urso.

Allora noi decidiamo di partire, anzi, di ripartire. Saremo anche lenti, golosi e pesanti (specie tra l’ora di pranzo e la metà del primo tempo) ma noi ripartiamo. Si va a Benevento, previsioni meteo permettendo.

A noi questa città piace. E i beneventani, dopo anni di convivenza turbolenta in serie C, ci stanno pure simpatici (robe da stadio s’intende, ma che hanno lasciato un bel segno).

Poco distante da Napoli, la città nasce su una collina dove scorrono due fiumi: il Sabato e il Calore. Questo è un posto di leggende, un po’ come la zona del San Vito con i 100 anni di storia del Cosenza.

Benevento è conosciuta come terra di streghe perché lì, in piena notte, pare che si riunissero sempre sotto un albero di noce. Voi nel Sannio arriverete di giorno, perciò che ne dite di stimolare l’appetito con un giro nel centro storico?

Nel punto più alto della città c’è la Rocca dei Rettori, un antico castello che ospita il Museo del Sannio, il più importante della città: vi troverete reperti d’epoca romana, longobarda, sannitica e anche alcune sculture dell’antico Egitto. In corso Garibaldi c’è l’arco di Traiano, eretto dai romani e decorato da bassorilievi raffiguranti scene di pace.

Mentre Cosentino cenerà con noodles e tofu in qualche bettola cinese, noi che a tavola spendiamo per un pranzo mediamente più di quanto abbia speso lui per la campagna acquisti di quest’anno, godiamoci i prodotti tipici della zona.

Provate la salsiccia di Castelpoto (www.salsicciarossadicastelpoto.it) piccolo centro a due passi da Benevento. Questo tipico salume sannita, riconosciuto come presidio Slow Food, si produce quasi in ogni famiglia, assaggiatelo e non ve ne pentirete.

Altra chicca? Il prosciutto di Pietraroja, rinomato per la sua essiccazione naturale dentro antichissime cantine. Il gusto è leggermente salato, il profumo lieve: già lo sentite sciogliersi in bocca mentre il vostro compagno di slowfoodball maledice la difesa a tre, vero?

La cucina beneventana vanta specialità semplici ma dai sapori intensi. I primi piatti sono spesso a base di pasta fatta in casa (“Cecatielli e Cazzarielli”, “Lagane”) condita con sugo di agnello o ragù.

Piatto tipico sono i mugniatielli (o ammugliatielli), involtini di interiora di agnello conditi con aromi e spezie varie. Provate anche i funghi dei boschi che circondano la città: vengono cucinati in moltissimi modi, tutti validi.

I vini sanniti (a proposito, noi li sosteniamo come la pasta Rummo, leggi qua) di maggior pregio sono l’Aglianico del Taburno, dal 2011 primo DOCG sannita, il Solopaca e la Falanghina: imbarazzo vostro nella scelta della bottiglia e di vostra moglie in quella delle parole che le serviranno per definirvi quando vi vedrà distesi sugli spalti del Vigorito (grazie legaprochannel). 

Una conclusione in bellezza? C’è lo Strega naturalmente. La ricetta per la produzione di questo celebre liquore è  segreta, nota come si conviene solo a pochi addetti. A questi tocca preparare le dosi dei vari ingredienti che vengono numerate e riposte in apposite cassette di legno. Gli operai che creano materialmente la miscela delle 70 erbe conoscono solo i quantitativi degli ingredienti numerati, ma non la natura. In tal modo la ricetta può essere preparata da chiunque senza che ne sia rivelato il segreto. Alcuni ingredienti preziosi e costosi, lo zafferano ad esempio, vengono addirittura conservati sotto chiave.

Nel 1947 Guido Alberti, allora proprietario dell’azienda Strega, istituì l’omonimo Premio Strega, ancora oggi il più prestigioso premio letterario Italiano. Noi non lo vinceremo mai. Ma in fondo ci bastano i tre punti.

 

Beppe Luglio

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