Invasioni di Campo

L’uomo in più

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Federico Ezequiel Bugatti e il mio calcio

La storia che voglio raccontarvi è un viaggio metaforico di sola andata da San Lorenzo a Catanzaro; è un viaggio in corso d’opera, un viaggio che fa sognare, un viaggio tutto da raccontare. Io in Argentina non ci sono mai stato (dovrei farlo presto) ma è un paese che assieme all’Uruguay ha sempre attratto la mia immaginazione, sarà per quelle grandi storie d’emigrazione o forse solo per quel modo speciale e spavaldo di vivere il pallone.

El fútbol a sol y sombra di Eduardo Galeano, quel calcio scintillante e pieno di ombre sospeso tra gli astri brasiliani, capaci di perdere per la loro arroganza la partita più importante, e i ‘maestri uruguagi’, cosi arguti ed intelligenti da giocare in contropiede anche sotto di un goal e così vincere un mondiale.

Quel calcio che molti ‘intellettuali di sinistra’ bollarono come ‘castrazione delle masse’ e ‘deragliamento dell’ardore rivoluzionario’. Panem et circenses, circo senza il pane: “ipnotizzati dalla palla, che esercita un fascinazione perversa, la coscienza di classe dei lavoratori che diventa atrofizzata e che lascia passare il nemico”. Molti anarchici e socialisti denunciarono la creazione delle prime squadre di calcio in argentina (rigidamente ispirate ad alcuni mestieri ‘popolari’, ferroviere, operaio navale) come una macchinazione della borghesia per disinnescare gli scioperi e nascondere le divisioni di classe. In questa chiave di lettura, l’affermazione del calcio per il globo era un trucco imperialista per mantenere oppressi i popoli, quasi come in uno stato di adolescenza eterna, incapaci di crescere e ribellarsi.

Ma altre squadre, come l’Argentinos Juniors (la squadra in cui esordì Diego Armando Maradona) nato con lo stesso nome dei martiri di Chicago (in omaggio a otto anarchici imprigionati ed impiccati), rappresentavano altri valori, ‘valori rivoluzionari’. In quei primi anni del ventesimo secolo, per ogni ‘intellettuale di sinistra’ che si lagnava del calcio come mezzo di diffusione dell’imperialismo borghese, ce n’era almeno un altro che lo celebrava.

Fra questi, Antonio Gramsci, che lodava il calcio come regno all’aria aperta di lealtà umana. Sì, proprio la lealtà umana, che rivedo nell’entusiasmo di quel ragazzo di San Lorenzo e del suo nuovo popolo giallorosso. L’umiltà e la determinazione diFederico sono il simbolo più bello del nostro Catanzaro, rinato in un giorno d’agosto non troppo lontano dalle sue stesse ceneri. Non me ne vogliano Masini, Sirignano, Giampà, Quadri e Carboni. Loro saranno anche un lusso per la quarta serie, ma il mio calcio, quello ‘umile’, ‘progressista’ e rivoluzionario, è incarnato dal trattore argentino.

Quel lato vero e polveroso del calcio sudamericano, che non si esplicita nelle prodezze di Sivori, Maradona, Batistuta e Messi ma mi esalta per la rabbia e la determinazione di gente come Simeone, Cambiasso, Zanetti e Bugatti, quel calcio che evoca foto sbiadite in bianco e nero, quel calcio fatto di soprannomi curiosi ed evocativi dal ‘Burrito’ (asinello) Ortega, al ‘Tanque’ Denis, al ‘Pajaro’ (l’uccello) Caniggia. 

Un calcio che somiglia tanto a quello dei nostri campetti di periferia e alla nostra voglia di restarci ancorati, nonostante tutto, nonostante le partite trasmesse ad ogni ora, nonostante gli stipendi esosi di campioni patinati, nonostante quegli stadi sempre più vuoti.

Un calcio che continua a sfornare esempi di umiltà e abnegazione, esempi di sacrificio e spirito di gruppo, esempi di calciatori pronti ad aspettare per 80 minuti un’occasione, di calciatori pronti ad esultare ai goal dei loro compagni come fossero i propri, di calciatori che per affermarsi mangiano polvere e vivono brucianti delusioni, di calciatori capaci di sudare e sfiancarsi mostrando sempre il loro lato umano.

Io continuo ad esaltarmi per un goal durante Catanzaro-Campobasso, continuo ad esaltarmi perché quella carica e determinazione valgono più di mille gesti tecnici, perché toccano in modo autentico la mia immaginazione. E allora chiudete gli occhi. Immaginate un campo impolverato nella periferia di una piccola città argentina, immaginate il sogno di un ragazzo che arriva un po’ scombussolato a Catanzaro, immaginate una squadra di calcio mortificata da anni di ruberie e soprusi, immaginate un popolo che non ha perso la speranza e la voglia di puntare alla vittoria, immaginate un goal decisivo, un tocco sporco, una palla che filtra…immaginate l’esultanza di un giocatore normale che fa della lealtà umana la sua bandiera, immaginate migliaia di cuori giallorossi in piedi ad esultare…         

Emanuele Ferragina

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