Invasioni di Campo

”Un’ultima stagione da esordienti”

Il racconto di un altro calcio: quello del cortile ai tempi dell’adolescenza. Dove tutto nasce, lontano da taccuini e telecamere. 
A cura di Fabrizio Scarfone

Titolo: Un’ultima stagione da esordienti
Autore: Cristiano Cavina
Casa ed.: Marcos y Marcos
Prezzo: € 14,00

 

Gli uomini più grandi della terra sono morti sconosciuti. I Buddha e i Cristi che conosciamo non sono che eroi di seconda mano a paragone degli uomini più grandi di cui il mondo non sa nulla. Centinaia di questi eroi sconosciuti sono vissuti in ogni paese operando in silenzio. Silenziosamente vivono e silenziosamente muoiono; quand’è il momento, i loro pensieri trovano espressione nei Buddha e nei Cristi; e sono questi ultimi a diventarci noti.

Henry Miller, “L’incubo ad aria condizionata”

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Ho sempre pensato che le parole di Miller (ma lui con il pallone davvero non c’entra) fossero buone a raccontare i protagonisti di un certo tipo di calcio. Quello del cortile, della strada asfaltata, del campo polveroso di periferia, delle porte disegnate sui muri o semplicemente immaginate fra due mucchi di giacche. Mi è sembrato rendessero giustizia ai grandi campioni mai esplosi che tutti noi abbiamo incontrato nei giorni dell’adolescenza.

Ogni generazione ha i suoi eroi di quartiere, le sue stelle inevitabilmente cadenti, i suoi re nudi della pelota. Le loro partite sono sempre questione di vita e di morte. Niente spogliatoi, niente tè caldo di metà tempo, niente massaggi o creme miracolose; quasi mai un arbitro a interferire con le azioni di gioco. Pochi applausi, dai balconi per lo più, quando nell’esecuzione di un tiro al volo o di un’acrobazia qualunque, c’è tanta armonia da troncare all’istante le maledizioni contro quel continuo rimbalzare della palla.

La vita di questi eroi è segnata da bestemmie, scontri rumorosi e sputi; da schiaffi, dribbling e cadute rovinose. Un’epica quotidiana costruita dentro un rettangolo per niente regolamentare di piastrelle lisce – lì nel vecchio cortile di una scuola elementare- di pietre e di cemento… o magari, con un po’ di fortuna, di terra battuta.

Per loro non c’è spazio in serie A, e neanche ci sarà mai.

Non si tratta di tipi da dolce finale. Niente happy ending per quelle vite. Perché  lo sanno tutti che un bel giorno il futuro li supererà a destra lasciandoli con niente. E sarà colpa di un terribile infortunio al ginocchio, di una stupida imposizione paterna o di una qualsiasi altra sfortunata contingenza.

Nei miei ricordi, resistono ancora due squadre straordinarie.

Per tutti erano solo due gruppi di quattordicenni che da settembre a luglio giocavano fino a cinquanta partite senza calcoli né risparmi. Calciatori di strada refrattari al successo e insofferenti alle regole; invece a me era stato subito chiaro, si trattava di gente circondata dalla stessa aurea degli eroi caduti in battaglia. Le formazioni di quelle partite non cambiavano quasi mai; quando capitava c’era di mezzo una partenza definitiva, un arresto, un infortunio invalidante…comunque sempre qualcosa di talmente grosso, che rivedere in campo l’assente era come assistere a un’apparizione divina sulla Piazza Rossa.

I due capitani erano i più duri 14enni del quartiere. Uno alto quasi un metro e novanta, scuro in volto e silenzioso come chi la sa troppo lunga per parlare. L’altro basso e tozzo; bestemmiatore di mestiere, furfante dalla culla. Entrambi giocavano in difesa e raramente s’azzardavano a spostarsi in avanti; se succedeva, era solo per una validissima ragione. Per un gol solitamente. C’erano i portieri, i più coraggiosi e vendicativi tra quelli in campo: sfidavano palloni, cemento e calci con la stessa cattiveria, come fosse tutto parte di un pacchetto che avevano scelto una volta indossati i guanti. C’erano i registi, i più intelligenti, quelli con i piedi buoni e lo sguardo fulminante; e poi gli attaccanti, mai troppo stanchi per tentare lo scatto decisivo o un ultimo disperato tiro verso la porta. Il tempo di gioco era scandito dalla natura. Si giocava fin quando la luce del giorno non fosse stata dall’altra parte del globo a illuminare chissà quali altri campi. Nessuno fra quelli è diventato un calciatore. Ma i loro numeri sono comunque arrivati nei grandi stadi. E’ sempre così, le “biciclette”, i “cucchiai”, le acrobazie col tacco e tutte le altre magie con il pallone tra i piedi nascono in certi cortili lontani mille miglia dall’occhio delle telecamere. I loro inventori sono i miei eroi.

Sperano che il tempo sia un signore distratto, ma non ci contano troppo. Fosse per loro, rimarrebbero inchiodati a quelle partite per sempre: una volta vincitori, un’altra vinti. Dinamica perfetta, rassicurante come nessuna vita adulta può esserlo.

Guagliòpalla o porta?

Fabrizio Scarfone

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