Presentazione:
L’intervista a Massimo Palanca, storico simbolo del Catanzaro e soprannominato “O Rey di Catanzaro”, offre uno spaccato autentico di un calcio ormai lontano, fatto di appartenenza, sacrificio e legame profondo con il territorio.
Attraverso i suoi ricordi, emergono non solo le imprese sportive — come le promozioni in Serie A e i celebri gol olimpici — ma soprattutto il valore umano di un’esperienza che ha segnato la sua vita dentro e fuori dal campo.
L’intervista, realizzata da Pellegrino Iannone per il portale Orticalab, racconta con toni sinceri e nostalgici il rapporto indissolubile tra Palanca e Catanzaro, mettendo a confronto il calcio di ieri con quello di oggi.
L’intervista che riportiamo integralmente.
Dalle parti di Catanzaro, uno come Massimo Palanca assomiglia più a una divinità che a un calciatore, a cavallo tra la metà degli ’70 e l’inizio dei ’90 ha scritto pagine memorabili con la casacca giallorossa. Una macchina da gol olimpici, direttamente da calcio d’angolo, per “Piedino d’oro” che ricorda le sfide al Partenio di Avellino e la storica promozione in Serie A dei calabresi, proprio insieme ai lupi, nella stagione ’77-’78.
Palanca, 11 stagioni con la maglia giallorossa: cos’è per lei Catanzaro?
«È stata la mia vita. Sono arrivato a 21 anni, ero ancora un ragazzino. Lì mi sono sposato ed è nato mio figlio. Catanzaro mi ha dato tutto: notorietà e amicizie che porto con me ancora oggi».
L’hanno soprannominata “o Rey di Catanzaro”, da agosto 2023 è cittadino onorario e le hanno dedicato anche un bar…
«Ci vuole coraggio a dedicarmi un bar… (ride, ndr). Ci passo sempre quando vado a Catanzaro, anche perché è vicino lo stadio».
Sintomo che è nei cuori di tanti tifosi, anche dei più piccoli che non l’hanno mai vista giocare dal vivo
«È una cosa stranissima. Ho smesso di giocare nel 1990 eppure ci sono ragazzini che quando torno a Catanzaro dimostrano un interesse e un affetto nei miei confronti che non mi sarei mai aspettato. Merito dei loro genitori e dei nonni, che hanno tramandato il mito di Palanca».
Tanti anni al Catanzaro, tanti ricordi…
«Potrei citare la tripletta alla Roma, quella contro il Cosenza. In 11 campionati ci sono tantissimi ricordi positivi, ma anche negativi. Le promozioni in Serie A sono i momenti più belli della mia carriera, ma c’è anche un altro aspetto che mi porto dentro».
Quale?
«Le amicizie. Per me giocare al sud è stato formativo: non solo dal punto di vista sportivo, ma anche sotto il profilo umano. I miei migliori amici sono tutti calabresi, li ho conosciuti quando non ero nessuno. Il senso di amicizia al sud è diverso da quello del nord: quando ero a Como, in otto mesi non conobbi neppure il vicino di casa. A Catanzaro la prima volta che sono arrivato un ragazzo, che col tempo è diventato uno dei miei migliori amici, mi ha subito aperto le porte di casa. Per come sono fatto, questi aspetti sono fondamentali».
“Sono un povero diavolo, vivo alla giornata, in provincia, lontano mille chilometri dai grandi centri. Ma la sera, quando me ne vado a casa, Catanzaro diventa Parigi, Roma, New York. Sarò un po’ matto ma è così”
Lo afferma nella sua autobiografia: un pensiero che andrebbe stampato nelle scuole calcio ma che manca tremendamente ai calciatori di oggi
«Sono dell’idea che il calciatore deve stare a contatto con la gente. Non solo allo stadio, ma in tutti i momenti fuori dal campo. Almeno, io ho sempre fatto così: ho sempre vissuto a Catanzaro città. Quando andavo a prendere mio figlio a scuola con gli altri genitori si parlava di tutto, non solo di calcio. I calciatori di oggi non fanno nulla di tutto ciò, sono fuori dal mondo. Scommetto che, se devono inviare una raccomandata, non sanno neppure dove si trova l’ufficio postale in città. È un problema che nasce dal basso. Si parla di Nazionale, ma non è quello il problema. Manca la base: nelle altre nazioni ci sono 19enni che sono titolari in Champions League, da noi sono ancora troppo giovani. Bisogna avere coraggio, altrimenti finisce tutto. Altrimenti dobbiamo abituarci a partite come Udinese-Como con un solo italiano in campo».
Avellino e Catanzaro sono piazze più che mai simili, che nella stagione ’77-’78 furono accomunate dallo stesso epilogo: la promozione in Serie A…
«La Serie A era a 16 squadre, la B a 18. Erano campionati molto più complicati rispetto ad oggi: non c’erano play-off o play-out, quindi dovevi arrivare almeno terzo per avere la certezza della promozione. Il primo anno a Catanzaro perdemmo lo spareggio contro il Verona, l’anno dopo salimmo in A per poi retrocedere a fine stagione. A quei tempi il campionato delle “provinciali” era questo: o lottavi per vincere il campionato o per non retrocedere. Non erano mai stagioni banali».
Tre gol realizzati e un rigore fallito. Che partite erano quelle al Partenio di Avellino?
«Beh… (sorride, ndr). Le sfide al Partenio erano sempre problematiche. C’era sempre un ambiente particolare, a volte ostile. Ricordo un episodio in particolare, ma preferisco non entrare nei dettagli».
C’entra per caso una sigaretta spenta in faccia a Carletto Mazzone?
«Ecco… l’ha detto lei. Al di là di questo, sotto il profilo sportivo Avellino è sempre stata una trasferta problematica. Per noi attaccanti era sempre dura perché di fronte avevamo gente tosta. C’era Di Somma, Cattaneo, Giovannone e Beruatto, che dei quattro era il più…signorile, se così si può dire».
Proprio su Mazzone, quanto è stato determinante per la sua carriera essere allenato da uno come lui?
«Non scherziamo, era il numero uno degli allenatori. In settimana ci spiegava le caratteristiche di ogni avversario, soprattutto dei più forti. Erano gli anni ’70, non esistevano i mezzi di oggi. Né esisteva l’intelligenza artificiale che fa le pulci a tutti. Fino al giovedì era uno spasso allenarsi con lui: aveva sempre il sorriso stampato sul volto, ci divertivamo anche se uscivamo dal campo distrutti. Dal venerdì in poi era intoccabile: entrava in modalità partita e diventava una belva».
In carriera ha segnato 13 gol olimpici, addirittura le venivano fatte le scarpe su misura al suo 37. Come descriverebbe, a chi non ha mai avuto la possibilità di vederli dal vivo, i suoi gol direttamente da calcio d’angolo?
«Non ero un gigante quindi dovevo ingegnarmi per segnare. Dovevo sfruttare le punizioni, gli angoli, o cercare di fare il giro al largo per poi puntare verso la porta. Se dovevo andare a fare la guerra con Cattaneo, dove andavo? Rimbalzavo su di lui… Ho sempre pensato che se non si tira in porta, non si segna. E lo vediamo in Serie A dove l’unico che tira da 30 metri è Çalhanoğlu dell’Inter».
A proposito di gol, è stato capocannoniere nella Serie B ’77-’78 con 18 reti. In questa Serie B Palanca farebbe ancora la differenza?
«Non voglio peccare di presunzione, ma le difese di oggi sono qualcosa di inaccettabile. Si segna liberi dentro l’area del portiere, neppure dentro l’area di rigore. Ai miei tempi era impensabile. Ne avrei castigati parecchi di portieri con queste situazioni. Ma non solo io: pensiamo a Paolo Rossi, ne avrebbe segnati 500 di gol in carriera. Era un altro sport, ma negli anni ’70 e ’80 il calcio era anche marcatura».
Ha segnato 137 gol con il Catanzaro, Pietro Iemmello è ancora lontano da quella cifra ma è già il suo erede contemporaneo…
«Senza dubbio è il simbolo di questa squadra, anche se a volte mi fa arrabbiare. Tante volte lo vedo poco partecipe, poi si prende la scena con una delle sue giocate. È un leader, ma può fare ancora di più. L’età non è dalla sua parte, ma gli auguro di segnare ancora tanti gol».
Sabato c’è Catanzaro-Avellino, Ballardini contro Aquilani. Che partita si aspetta?
«L’Avellino, come Südtirol e Carrarese, può ancora ambire ai play-off. Poi c’è un attaccante che stimo tantissimo: Tommaso Biasci, che con Iemmello era la coppia ideale per il mio Catanzaro. Si compensavano a vicenda in un modo straordinario. Lui e Sounas hanno lasciato un bellissimo ricordo da queste parti».
Pronostico?
«Prospetto una partita scoppiettante. Magari un pareggio con tanti gol».
Grazie mille Palanca, buona partita
«A lei».
Link dell’intervista https://www.orticalab.it/massimo-palanca-catanzaro-avellino-serie-b-gol-calcio-dangolo-promozione-iemmello-carlo-mazzone
Redazione 24

