Il Rompicalcio

Alla fine della strada

Gli ultimi giorni di un 2010 da incubo tra macerie sportive, fallimenti politici e deboli speranze

Dodici mesi fa il Catanzaro macinava avversari e punti. Dopo 15 partite ne aveva collezionato 35, addirittura 38 senza la penalizzazione. Ma emergevano anche le prime crepe. La sconfitta nel posticipo del “Flaminio” era il trailer dell’horror andato in onda il 6 giugno davanti a 4.000 tifosi giallorossi. Dodici mesi fa Calabria Ora rivelava il malessere che serpeggiava all’interno della banda di Auteri, ancora senza stipendi dall’inizio dell’anno. Dodici mesi fa durante le vacanze di Natale, il primo ammutinamento dei calciatori nella storia del Catanzaro dava il via ad un anno pazzesco, spalancando le porte dell’inferno di un secondo fallimento. Oggi, dodici mesi dopo, . Sarebbero 3, frutto di 3 pareggi e 12 sconfitte, ma la giustizia sportiva ha iniziato a erodere il gruzzoletto di Corapi e compagni.

RIFLETTORI DELLA VERGOGNA – La crisi giallorossa ha radici profonde, che affondano ben oltre il fallimento dell’Uesse e il Lodo Petrucci affidato da Olivo a Pittelli. Ma questi dodici mesi hanno finito per dilapidare un patrimonio capace di resistere alle cattive gestioni, alle delusioni sul campo, al disinteresse della città. Un patrimonio fatto di 13-14 giocatori che in una situazione normale avrebbero trascinato il Catanzaro in C1 e forse anche in B. La Nocerina di Auteri è lì a ricordarcelo. Un patrimonio di 4000 tifosi pronti a mettersi in marcia per una trasferta di C2, nonostante le ripetute batoste, nonostante la ferita Pescina ancora aperta. Caso più unico che raro in un calcio che fatica a portare la gente allo stadio. Da quel maledetto 6 giugno è iniziato un incubo, popolato da fantasmi col piccone in grado di distruggere, in poco più di sei mesi, una leggenda in giallorosso costellata di successi, di emozioni, di storie magiche. Ogni maledetto giorno qualcosa di cui vergognarsi, tra l’indifferenza sempre più forte di una città in altre faccende affaccendata. Una città che ha impegnato tutta la sua classe dirigente nel cercare di risolvere la crisi del Catanzaro. Risultato? Un’umiliazione dietro l’altra, in campo e fuori. I riflettori dei media nazionali, dopo i record di Provenza e Auteri, si sono riaccesi in questa stagione per le squallide vicende dell’Effeccì, culminate con la protesta dei calciatori nella gara col Pomezia.

EFFECCÌ IN PECTORE – In questi sei mesi ne abbiamo viste di tutti i colori. A volte abbiamo faticato anche a capire chi fossero il capitano, l’allenatore e il presidente del Catanzaro. Da Ranieri, Mazzone e Ceravolo a Corapi, Aloi e Ferrara. Tutti in pectore, naturalmenteCorapi era capitano in pectore mentre la fascia era al braccio di Benincasa. Aloi era mister in pectore perché non si riusciva a licenziare in maniera decorosa Ze MariaFerrara è eternamente e semplicemente in pectore, presidente di una squadra, l’Effeccì Catanzaro, che è fallita in pectore. Alla giostra hanno partecipato anche il nuovo proprietario in pectore Quartaroli, con il suo codazzo come se il Catanzaro fosse già un suo giocattolo. Sazi di tutti questi personaggi in pectore, le istituzioni hanno pensato bene di regalarci per un mesetto un presidente completamente virtuale, Di Vincenz. Il quale, rispettoso delle tradizioni locali, ha subito spedito a Catanzaro un direttore generale in pectore, D’Ambrosio. A D’Ambrosio, squalificato in pectore, è stata addirittura concessa una conferenza stampa al fianco dell’assessore allo Sport del Comune. Non si capisce per quale motivo e a che titolo D’Ambrosio continui a lavorare per il Catanzaro. Ma tanto non importa a nessuno.

TROPPO TARDI – Le nostre proposte, le richieste dei tifosi, gli inviti alla ragionevolezza sono stati ignorati. Meglio affondare la testa nella sabbia e cercare di tirare a campare, come si tenta ancora di fare in queste disperate ore che stanno avvicinando l’Effeccì al tribunale. Da mesi e mesi abbiamo chiesto ai vecchi soci Aiello, Bove e Soluri di lasciare. Alla fine della giostra sono stati costretti a farlo. Troppo tardi. Gli altri soci, che prima erano in minoranza, hanno finito per comportarsi allo stesso modo, se non peggio. Anticipati gli spiccioli per le trasferte, messi nero su bianco i contratti per i pargoli (che non possono neanche onorare) e via verso nuove entusiasmanti trasferte e per spettacoli domenicali privati in un “Ceravolo“ chiuso al pubblico. Ora il Catanzaro vale zero, col solito fardello di debiti, sicuramente non alleggerito dalla “gestione spartana”, ma solo dagli oboli istituzionali.

PAR CONDICIO – Solo le istituzioni avrebbero potuto metter fine a questa vergogna, magari provando a guidare un “fallimento pilotato”. Niente da fare: . Il capolavoro partorito all’unanimità è stato una cascata di finanziamenti per salvare la squadra, senza la benché minima visione di futuro, ma con la testa solo a un tornaconto politico, a un bonus di crediti da giocare alle imminenti elezioni comunaliTallini, incassata la batosta-Gicos, è scomparso dall’affaire-Catanzaro. Ferro e Traversa, dopo la passerella al Flaminio del 6 giugno, si sono prudentemente eclissati. Così il cerino è rimasto nelle mani della giunta-Olivo che ha infilato un errore dopo l’altro. A partire dalla Tribuna Gianna – ideata dall’assessore Talarico – che, da mero strumento di salvataggio dell’Effeccì, è diventata azionista di maggioranza della società. Per finire con la pazzesca vicenda-Di Vincenz, “offertaci“ dall’assessore Gatto. In mezzo una serie di altri avvenimenti più o meno paradossali, tra cui spiccano – ultime in ordine cronologico – le lamentele arbitrali del segretario generale della Camera di Commercio di Catanzaro Ferrara. I giocatori mettono in mora la società, abbiamo due punti alla fine del girone d’andata, però ci lamentiamo di un rigore o di un’espulsione. Pazzesco.

IM-PRENDITORI? – Ma la responsabilità più grave, forse, è quella di non essere riusciti a coinvolgere la classe imprenditoriale della città in un progetto di rilancio per il Catanzaro, una possibile vetrina per la proprietà ma anche per la città. L’operazione-immagine sbandierata da Ferrara sulla carta era giusta. È la realizzazione che ha lasciato a desiderare. Ora restano le macerie. Tutti i protagonisti di questa triste storia hanno costretto i tifosi ad augurarsi il fallimento per evitare altre 15 partite vergognose e l’ormai sicura umiliazione domenicale. Augurarsi di andare in tribunale o sperare di fallire sono concetti che non dovrebbero appartenere ai tifosi di una squadra di calcio. Eppure siamo arrivati a questo. Forse perché è giusto così. E lo sappiamo. Forse perché è l’unica speranza di poter ripartire un giorno o l’altro. Magari non subito. Magari quando qualche ricco e fortunato figlio di questa città, da sempre insensibile al fascino del pallone, ne scoprirà virtù e tornaconto. O magari quando qualche altro figlio catanzarese finirà l’apprendistato e deciderà di entrare nel mondo dei grandi. Per regalare emozioni e non per vendere scatolette. Per essere stimato, non je-stimato.

Ivan Pugliese 

P.S.: per completare l’opera di demolizione della dignità di una città, sarebbe il caso di affidare quel che resta del Catanzaro ai due personaggi che fecero fallire l’Uesse. Mi raccomando, mettetecela tutta. Speriamo che anche stavolta le istituzioni non ci ascoltino.

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