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Dal Monte Poro alla serie A. Intervista a Sergio Floccari

Scritto da Luca Pagano

L’attaccante su UsCatanzaro.net tra passato e futuro. «Iemmello? Tornare “indietro” ti può portare a fare salti importanti in avanti»

Dalle pendici del Monte Poro alla serie A. Potrebbe essere il titolo di un romanzo sulla vita calcistica (e non) di Sergio Floccari. Una di quelle belle storie di calcio da raccontare. E allora, ci siamo detti, perché non provare a sentire Floccari per farci raccontare come va la sua vita lontano dai riflettori della massima serie calcistica (anche se oggi è uno dei commentatori di Dazn) e cosa pensa del “suo” Catanzaro che viaggia come un treno in una stagione incredibile.

Floccari è uno di quei calabresi che “ce l’hanno fatta”. Partito da Nicotera, ultimo avamposto vibonese prima di entrare nella piana di Gioia Tauro, ha girato l’Italia per il pallone. Una carriera brillante, 15 anni di Serie A, una carrettata di gol per tante squadre di assoluto valore come Atalanta, Lazio, Genoa, Bologna. Una carriera che nasce proprio a Catanzaro, senza riuscire però ad assaggiare la prima squadra.

Floccari e il Catanzaro

E allora riavvolgiamo il nastro della sua storia calcistica. Chiediamo a Floccari, calabrese di provincia, cosa ricorda dell’esperienza a Catanzaro e cosa non ha funzionato. «Erano altri tempi. Nel settore giovanile del Catanzaro non c’era tantissima attenzione. Per farti capire, la squadra del mio paese (Nicotera) faceva i giovanissimi regionali, mentre il Catanzaro giocava nei giovanissimi provinciali. Quasi un passo indietro». Lì forse hai iniziato a pensare a fare una esperienza diversa. «All’epoca non c’erano realtà in Calabria cosi affermate, come poi anni dopo è successo a Reggina e Crotone. Così ho iniziato a fare tanti provini e sono finito ad Avezzano, dove ho avuto l’opportunità di fare un campionato più “importante”. Poi a fine anno la squadra fallì. Ma quindi c’è qualcosa che forse non ha funzionato a Catanzaro. «Ma no, non è che non ha funzionato qualcosa. Erano anni diversi in cui si puntava molto sulla prima squadra, e c’era pochissima attenzione alle giovanili. Ricordo benissimo che la domenica lo stadio era sempre pieno. Io ero molto giovane quindi non so bene quello che succedeva in seno alla società e da cosa erano dettate certe scelte. Diciamo che non eravamo nel periodo giusto».

I primi passi tra i professionisti

Da Catanzaro ad Avezzano per provare a crescere. Poi ti sei fatto notare definitivamente a Faenza. Cosa è successo in quegli anni? «Nel 1996 sono andato ad Avezzano a fare gli allievi nazionali. A fine anno però sono tornato a casa, perché l’Avezzano fallì. Da lì sono andato in Veneto, a fare un provino con la primavera del Treviso. Non andò bene. Poi ci provo a Montebelluna, che all’epoca faceva la Promozione. Arrivato lì mi dicono che non prendevano ragazzi da fuori. Poi faccio una partita e mi “tengono” per tutta la stagione». Non dev’essere stata una passeggiata, così giovane, dalla provincia calabrese al Nord da solo. «Sì, è stato un anno di sacrifici così lontano da casa. Poi mi sono spostato a Mestre. Pensa che sbagliai orario per il provino con la Berretti e alla fine il mister della prima squadra mi fece allenare con loro. Ero fuori allenamento e spaventato dalla prima squadra, ma in quei pochi minuti faccio una grande azione e un gol. Così mi prendono e gioco lì per due anni, il secondo anche con la prima squadra». Una bella botta di fortuna, insomma. E poi? «Poi sono andato a Faenza. Il Mestre voleva tenermi con loro e mi offriva anche un bel po’ di soldi, ma il progetto del Faenza era intrigante. Eravamo tutti giovani. Infatti faccio una bella stagione, anche se a fine anno retrocediamo, e dopo quell’esperienza mi prende il Genoa.

Lo spirito dell’emigrante

Torniamo alla Calabria, alla lontananza da casa, a come sei riuscito ad adattarti magari in situazioni molto diverse da quelle a cui eri abituato. Come ci si riesce? «All’inizio è stata dura. Ero un ragazzino con un’esperienza di vita da ragazzino. Tante cose dovevo ancora capirle. Ho fatto tanta fatica all’inizio, ma ho avuto un grande spirito d’adattamento. Il calcio per me è stato un grande maestro di vita, mi ha tirato su. I valori me li ha trasmessi la mia famiglia, che ringrazierò sempre, ma poi il calcio mi ha dato e insegnato tanto». A volte si parla in modo diverso, spesso molto male, del calcio e dei valori che trasmette. Specie il calcio di oggi, il cosiddetto calcio moderno. «A me ha insegnato molto. Non posso negarlo. Mi ha insegnato il rispetto, l’impegno con se stessi. Mi ha fatto capire che il futuro dipendeva da me e non da altri. Io non ho mai avuto una mentalità che mi spingesse a dare la colpa all’allenatore o alla società se qualcosa non funzionava. Ho sempre pensato che dovessi essere io a costruire il mio futuro. Ovviamente in questo percorso ci sono tante rinunce da fare, ma il calcio è stato un bagaglio di vita importante».

Tante piazze, tante differenze

Mettiamo un po’ di carne sul fuoco. Genoa, Messina, Atalanta, Lazio, Parma, Bologna, Spal, Sassuolo: hai avuto una carriera brillante durante la quale hai militato in piazze importanti. Quali differenze hai trovato? Con quali ambenti hai costruito un feeling particolare? «Ogni piazza ha avuto le proprie peculiarità. Chiaramente quando vai a giocare alla Lazio, una grande  squadra e una grande piazza, fai una esperienza bellissima e allo stesso tempo complicata. Le aspettative sono molto alte, e questo ti spinge a lavorare tanto su te stesso e a migliorare. Se sbagliavi due partite di fila sapevi che la tifoseria non sarebbe stata contenta. Alla Lazio ho fatto il mio esordio in campo europeo, ho vinto una Coppa Italia in finale con la Roma, ho fatto il gol qualificazione a fine partita contro la Juventus. Sono state veramente emozioni forti e mi sono sentito realizzato professionalmente». Anche Bergamo è una piazza calcistica importante e lo è diventata ancor di più negli ultimi anni.«È diverso. Bergamo è una piazza straordinaria, la piazza che mi ha consacrato in Serie A. Durante la settimana lì vivi più tranquillo, ma poi la domenica ci sono una grande passione e la tradizione, con una tifoseria incredibile. In quel momento l’Atalanta è stata fondamentale. Com’è stata importantissima Rimini, dove ho giocato tre anni. Sono tornato indietro dalla B alla C2, ma in tre anni abbiamo vinto due campionati e fatto un playoff, il mio definitivo lancio nel calcio. Ricordo anche l’importanza di Messina perché mi ha fatto esordire in Serie A e ha visto i miei primi gol: la doppietta contro la Juventus».

Il legame con la Spal

In carriera ha cambiato tanto. Un attaccante sempre in movimento, sempre in marcia verso nuovi orizzonti. Floccari è quello che una volta sarebbe stato definito “uno zingaro del gol”. Che una volta ha deciso di fermarsi un po’ più di tempo. È successo con la Spal. «Lì ho fatto il ciclo più lungo della mia carriera. Forse un limite della mia esperienza calcistica è stato quello di cambiare sempre tanto e di dovermi riconquistare la fiducia di tutto e tutti. A Ferrara è stato qualcosa oltre il calcio. Sono arrivato quasi da ex giocatore. Avrei voluto smettere, e invece abbiamo vinto subito il campionato e vissuto un rapporto molto intenso: con la società, con la tifoseria, con tutto l’ambiente». Un rapporto talmente intenso da portare Floccari a essere uno dei tre personaggi calcistici ritratti in un murales del centro sportivo G.B. Fabbri. Un fil rouge, visto il rapporto di Fabbri con la Calabria e con il Catanzaro. «Come dicevo, è stato un rapporto bellissimo, non sapevo della storia di Fabbri con il Catanzaro, che diventa un aneddoto veramente bello. Essere in quel murales è stata una emozione indescrivibile. A Ferrara è stata una esperienza di vita e professionale importante, un ambiente genuino dove mi sono divertito tanto. Finire sul murales è stato un riconoscimento oltre il calcio. In quegli anni sia i tifosi sia la proprietà dell’epoca (i Colombarini ndr) mi hanno conosciuto e apprezzato come uomo oltre che come calciatore».

Floccari e la Dea

L’orgoglio e l’emozione di Floccari si toccano quasi con mano quando parla di Ferrara e della Spal. «Il mio rapporto con la Spal è stato molto forte, per me ha rappresentato qualcosa di più, è stata come difendere casa mia». Ma c’è un’altra squadra che Floccari ha incrociato nel suo percorso professionale. Proprio nel momento in cui iniziava la parabola esponenziale di una crescita che avrebbe portato l’Atalanta ad entrare nelle prime 8 squadre d’Europa. Per Floccari i bergamaschi sono la definitiva consacrazione, proprio quando la società nerazzurra inizia ad essere un modello di riferimento per chi fa calcio in provincia. «Certe peculiarità quell’ambiente ce le ha sempre avute. La base dell’epoca è quella che c’è anche oggi. Il valore dell’impegno e dell’umiltà, il saper lavorare con i giovani e trasmettere i giusti valori. Si vive in un contesto di normalità, ti insegnano veramente il valore del lavoro, sono riusciti negli anni a mentalizzare i calciatori fin da piccoli. La nuova proprietà, poi, con i Percassi e con Gasperini, è riuscita a fare il salto di qualità definitivo».

Floccari tra passato e futuro

Ma cosa fa oggi Sergio Floccari? Ha preso da poco l’abilitazione come direttore sportivo e commenta il calcio come telecronista di Dazn.  Con un po’ di progetti in testa per il futuro. «Ho preso l’abilitazione, sì, e sto facendo anche vari corsi, come quello di allenatore. Vorrei crescere nell’ambito dirigenziale, quindi aggiungo competenze a quelle che ho già maturato per riuscire ad avere una preparazione più completa possibile. Diciamo che so quello che voglio fare, ma il percorso deve essere graduale e fatto di step». Di tornare in Calabria non c’è stata occasione. Tra gossip e mercato, qualche anno fa la voce di un possibile interessamento del Catanzaro. «No, non c’è mai stato nulla di vero, mai avuto contatti e proposte per tornare. Pensa tu che una volta era uscita la notizia che dovevo atterrare con l’elicottero a Bari ed essere presentato. Ma io con il Bari non ci avevo mai parlato. Insomma la fantasia alcune volte è clamorosa».

Il calcio in Calabria

La chiacchierata volge al termine. Floccari è gentilissimo. Anche quando battiamo ancora sulla sua terra d’origine, la Calabria. Magari qualche consiglio da dispensare per raggiungere traguardi importanti, l’attaccante potrebbe avercelo. «Riuscire fare calcio oggi, non è facile. Chi fa calcio, se non è la Serie A, ci rimette. Riuscire a farlo e a vincere è ancora più complicato e ci sono sacrifici delle proprietà. Le idee hanno un valore, al di là di quello economico. Quella è la base. Avere, contenuti e competenze per sfruttare al meglio le risorse finanziare. Al Nord forse è più facile trovare l’imprenditore pronto ad investire. Però devo dire che negli ultimi anni ci sono stati passi in avanti. La Reggina quest’anno è partita subito bene con una nuova proprietà, e il Catanzaro stesso sta battagliando proprio con il Crotone, altra calabrese». A proposito di Catanzaro, quest’anno finalmente marciamo trionfalmente. «Non seguo da vicino il campionato, ma ho visto che il Catanzaro sta facendo un grandissimo campionato di vertice e ha una squadra molto forte che si sta esprimendo ad alto livello. Iemmello ha fatto una scelta importante a tornare. Molte volte, com’è successo a me a Rimini, tornare “indietro” ti può portare a fare salti importanti in avanti». Amen. Parole e musica di Sergio Floccari.

Autore

Luca Pagano

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