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Il colore degli occhi

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Perché il dolore dopo ogni sconfitta rafforza la passione per il Catanzaro. L’editoriale di Francesco Ceniti

“Papà, sei sveglio? Non riesci a dormire perché hai la febbre anche tu?”

“No, Mattia. Volevo solo vedere come stavi. Tranquillo, prova a riposare. Se hai bisogno chiamami. Tanto…”.

Tanto di chiudere gli occhi non se ne parla, c’è questa amarezza che mi macera l’anima e rende tutto insopportabile. Tante volte ho provato questa sensazione, sempre per lo stesso motivo: il Catanzaro. Non ci posso far nulla, non voglio far nulla. E qualcosa che è parte di me, come il colore degli occhi. Ormai non perdo più tempo neppure a spiegare le emozioni provate per una vittoria (o purtroppo una sconfitta) della mia squadra. C’è chi ti guarda come se fossi appena uscito dal manicomio, ti compatiscono, nel migliore dei casi scuotono la testa. E allora nulla, non perdo tempo a dirgli che sto male per il Catanzaro, non voglio sentire risposte del tipo: “Esagerato, ma è solo una partita di calcio”. Formalmente lo è, ma solo per chi non ha mai provato certe cose, certe emozioni, certe magie.

Non riesco a dormire, penso e ripenso a quel gol preso a un minuto dalla fine, fantastico su quello che si poteva e doveva fare, cerco una via di fuga da questo maledetto dolore, ma non c’è una medicina dell’anima. So già che mi passerà, mentre non passerà mai l’amore per il Catanzaro, la voglia di sbirciare di nascosto sul forum per sapere che cosa stiamo facendo (no, le partite sul web non le voglio vedere), di messaggiare con mio fratello a qualunque ora, tanto ha la mia stessa “malattia”. Passerà questa notte e della Feralpi resterà solo una cicatrice sul cuore e nemmeno di quelle più grandi. Ne ho collezionato parecchie di cicatrici: la prima nello stadio di Terni quando era un bambino di neppure 6 anni ed entrai timoroso, tenendo stretta la mano mio padre. Mi sembrò gigantesco e restai a bocca aperta nel vedere tutta quella gente colorata di giallorosso. “Ma papà, non ci sono i tifosi del Verona?”, chiesi. E lui m’indicò uno spicchio piccolo piccolo, quasi invisibile, delle tribune. “Sono là”, disse. Per tutta la partita restai a guardare quel popolo tifare e cantare, poi li vidi piangere. E a me sembrava strano vedere i grandi piangere. Ecco, da quel giorno la “malattia” del Catanzaro mi scorre nel sangue. E’ parte di me, come il colore degli occhi.

Ho avuto la fortuna di vedere la mia squadra incontrare e battere le grandi del calcio italiano. Poi le notti insonni sono aumentate insieme con le cicatrici: il palo di Sabato contro l’Inter, il gol di Monelli, le lacrime di Rambone e una retrocessione a tavolino da mani pulite, il rigore di Libro, lo sciagurato Di Dio, l’Acireale, gli ultimi posti da record negativo in B, il Pescina, il Benevento e ora la Feralpi. Sono aumentati anche gli anni, ma la cosa che è più aumentata è la voglia di tifare, per sempre, il Catanzaro. Ecco, sul cuore da stamani c’è una nuova cicatrice, ma fino a quando pulserà ci sarà spazio e amore per una cosa che non si può spiegare, che è parte di me, come il colore degli occhi.

p.s.  Presidente Noto, la sua è una ferita aperta, specie dopo l’inibizione di un anno. Ecco, la faccia diventare in fretta una cicatrice e dia la risposta che i 10mila del Ceravolo e i milioni cuori giallorossi sparsi per il mondo si attendono da lei: una squadra e una società di cui essere orgogliosi. “Io tifo Catanzaro”, rispondiamo da sempre. Ha toccato con mano quanto è forte questo legame. Vogliamo prenderci la rivincita e finalmente abbiamo un patron e un club che può guardare al futuro. Noi,dopo essere entrati di diritto nella storia del calcio italiano , vogliamo avere un grande futuro. E lei può regalarcelo, ma deve agire da subito, senza aspettare un altro minuto e facendo tesoro dagli errori (chi non ne fa)  passati. Quando inizia il nuovo campionato?

Francesco Ceniti

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