Catanzaro News • In primo piano • Oltre il confine

Il pallone cambia pelle

Scritto da Redazione

Gentrificazione di una passione sempre più lontana dalla gente

Se pensiamo al calcio italiano, se non giovanissimi, è naturale associare le squadre alle famiglie che per lungo tempo ne hanno rappresentato l’identità: il Milan di Berlusconi, l’Inter di Moratti, la Juventus degli Agnelli, e in generale le proprietà delle sette sorelle, espressione di grandi gruppi economici ed industriali del paese.
Parliamo di un calcio che sarebbe sbagliato idealizzare romanticamente: gli equilibri economici erano tutt’altro che sani, spesso gli investimenti superavano le reali possibilità economiche. Persisteva però una caratteristica che sembra sempre più appartenere ad un passato lontano: il nostro calcio era legato ad una parte del sistema economico e sociale del paese.
Alcuni numeri, più di altri, raccontano il veloce processo di cambiamento di cose che nel calcio sembrava impossibile mettere in discussione fino a poco tempo fa.
Alla vigilia della stagione 26/27, 19 dei 40 club italiani partecipanti ai campionati di Serie A e B sono riconducibili, anche solo in parte, ad investitori stranieri. La metà del calcio italiano di maggior livello.
Una tendenza non più limitata alle grandi piazze. Non sono più casi isolati come Milan e Inter, il fenomeno ha raggiunto realtà molto più legate al territorio e ad una dimensione più locale: Bologna, Palermo, Cesena raccontano un calcio nel quale il capitale estero non è più rara eccezione ma parte del sistema calcio italiano.
Ed è proprio la Serie B a rendere più evidente la portata di questo cambiamento. Mentre la Serie A cambiava marcia, quello cadetto è stato per anni il campionato provinciale delle città minori e degli imprenditori legati al proprio territorio.
Non un modello perfetto, composto spesso da società fragili, ma permetteva l’esistenza e il mantenimento del rapporto diretto tra proprietà, città e tifoserie. Non voglio certamente stabilire se sia meglio avere un proprietario italiano o meno, sarebbe un discorso semplicistico e non aggiungerebbe nulla ad un fenomeno con ragioni più profonde.
Molte società hanno attraversato momenti economici complicati, i capitali stranieri e il loro ingresso nel nostro calcio sono da considerarsi una conseguenza di una debolezza del sistema italiano, non una causa.
Queste nuove proprietà, d’altra parte, non giungono per mera passione sportiva: l’intero calcio europeo è considerato un mercato con infiniti margini di crescita. Basti pensare a marketing, infrastrutture, diritti televisivi, merchandising, tutte aree che possono trasformare un club in un asset redditizio.
Se da un lato si comprende come il calcio debba sostenersi economicamente in un contesto in cui i costi son sempre maggiori, bisognerebbe dall’altro chiedersi quanto questa crescita possa proseguire prima di trasformarsi in qualcosa differente da ciò che abbiamo conosciuto e amato. Il calcio ha una caratteristica che lo rende diverso dagli altri prodotti d’intrattenimento: il tifoso non sceglie una squadra come un biglietto di un concerto o un abbonamento in streaming. La sua squadra è ereditata dai propri familiari, dalla propria città, dal proprio quartiere.
Costituisce romanticamente una parte del suo essere. Eppure, sembra muoversi nella direzione opposta in cui stadio diventa prodotto, tifoso diventa cliente, partita diventa esperienza monetizzabile e club diventa asset da valorizzare. Viene in mente un termine che normalmente si associa a ciò che avviene nelle città: gentrificazione.
In ambito urbano indica un processo attraverso il quale un luogo diventa progressivamente più pettinato e costoso, attirando capitali e persone con una maggiore capacità di spesa ma rischiando allo stesso tempo di allontanare chi quel luogo lo abitava e lo viveva da sempre. Nel calcio il termine fornisce una metafora interessante.
Può diventare più ricco, moderno, internazionale e appetibile per gli investitori, ma rischia di diventare inaccessibile a quella componente popolare che ne ha costituito le fondamenta.
Non è un discorso nuovo a livello internazionale, il calcio inglese ha già conosciuto questa trasformazione: aumento dei prezzi, modernizzazione degli stadi e il passaggio ad un pubblico più orientato al mero consumo dello spettacolo. Anche in quel caso si è parlato esplicitamente di football gentrification.
Mi domando quindi se anche il calcio italiano stia seguendo questa direzione. Il problema non riguarda solo il tifoso ma anche le proprietà: come si può chiedere ad un imprenditore locale di sostenere la competizione con fondi di investimento che ragionano su orizzonti economici totalmente differenti?
Questa è forse la vera gentrificazione del calcio: la progressiva selezione economica di chi può permettersi di stare nel sistema, spalti compresi.Veniamo però alla lettura più romantica, il calcio ha una caratteristica che impedisce di ridurlo completamente a semplice equazione economica: il campo.
I soldi contano, ma non comprano il risultato. Ed è qui che penso al nostro Catanzaro, capace nella scorsa stagione di arrivare fino alla doppia finale contro il Monza, competendo con realtà che dispongono di risorse economiche clamorosamente superiori. È questa imprevedibilità a rendere il calcio così affascinante.
Se bastassero patrimoni per determinare risultati, il calcio diverrebbe una sorta di bilancio su terreno verde, dove il grande club prevale sul piccolo e ogni stagione deve essere una conferma dei rapporti economici.
Per fortuna non è sempre così, almeno per ora. Proprio per questo credo sia arrivato il momento di mettere un limite alla rincorsa economica continua. Non un invito a tornare al calcio di trent’anni fa, nemmeno a demonizzare gli investitori stranieri.
Sarebbe assurdo rifiutare capitali che possono permettere a una società di risanarsi, costruire infrastrutture migliori, sviluppare i settori giovanili o evitare un fallimento.
Il quesito non è se il calcio debba continuare a crescere, ma in quale direzione vogliamo che avvenga. Possiamo continuare con un sistema nel quale serva sempre più capitale per competere, stadi più cari, diritti televisivi più insostenibili, oppure possiamo provare a riportare il calcio, almeno in parte, sul pianeta terra, nel quale una società di provincia può ancora competere con una grande, nel quale un presidente locale non sia automaticamente considerato un reperto storico destinato a finire nei musei, nel quale una famiglia possa ancora decidere di trascorrere una domenica insieme senza dover fare i conti con una spesa sempre più improponibile.
La domanda, alla fine, non è quindi se vogliamo un calcio più povero, è se vogliamo un calcio più ricco o un calcio più nostro.

Davide Mancuso

Autore

Redazione

Dal 2002 il portale più letto e amato dai tifosi giallorossi del Catanzaro

5 Commenti

  • Si ma credo che debba esserci un limite a tutto….
    L’anno scorso in serie A ci è andato il Monza, non il Catanzaro. Giocare una finale e perderla ( tra i due risultati) sinceramente non serve a niente. Si nel calcio vince la squadra che mette più soldi nel 99% dei casi. Piaccia o non piaccia questa è la verità. Al tifoso, o almeno a me, che la proprietà sia locale, europea, Turca, Congolose o marziana non importa niente. Vuole una squadra che fa.bel gioco e vince!
    Parliamo dei prezzi dei biglietti??? Anche quelli della provinciale Catanzaro sono schizzati. Avete visto i prezzi degli abbonamenti delle squadre di fondi stranieri prima di scrivere l’articolo? Sono uguali o anche più bassi di quello del Catanzaro. ( Vedi Palermo, Cesena…)
    Quindi scusate di che stiamo parlando?
    Visto che siamo una squadra con proprietà locale, dobbiamo tenerci i prezzi per lo stadio comunque alti ma non avere il beneficio di avere una squadra che può DAVVERO competere per qualcosa in più? E allora ben vengano i turchi, i Congolesi e i Marziani.
    Articolo che prova a difendere l’indifendibile sinceramente.

    • Il prezzo del biglietto è una delle micro conseguenze della mancanza di competitività con le grandi societa.

      Se nel calcio venisse introdotto, ad esempio, un tetto alle spese e ai costi, sicuramente ne gioverebbe anche il tifoso, in forma diretta e prettamente economica con un abbassamento del costo della sua passione, in forma più ampia con la maggiore possibilità di integrarsi in un sistema calcio riducendo la forbice tra le società maggiori e quelle minori.

      La serie A non è peggiorata qualitativamente solo per colpa delle scelleratezze dei dirigenti, ma anche perché il calcio globale ha ormai costi che non rientrano più nelle possibilità dell’imprenditoria nostrana.

      Sarebbe giusto e meritocratico limitare i gap, altrimenti diventerà inutile provare a competere. Sperare nel benefattore trilionario per vedere soddisfatti i propri sogni calcistici è più un ricatto che un desiderio.

  • Hans, hai ragione in parte. Quello che sta facendo Noto è giusto e lungimirante tra stadio, strutture e settore giovanile. L’unica cosa che gli si può “rimproverare” è che ogni anno come si valorizza un giocatore lo vende subito per fare cassa e si riparte con altre scommesse…tu pensa solo negli ultimi 2 anni che squadra potevamo avere e dove potevamo essere se si teneva Biasci, Cassandro, Scognamiglio, Liberali, Cisse, Vandeputte, Pontisso, Pompetti, Bonini, Favasulli, ecc

    • Ma io non do nessuna colpa a Noto ci mancherebbe. I costi del calcio sono lievitati e lui fa l’imprenditore, cerca di tenere i conti in ordine e possibilmente di guadagnarci qualcosa, nulla di strano.
      L’appunto era per il senso dell articolo in sé. Io ci ho visto una sorta di…” Eh cosa ci volete fare il calcio ormai è in mano a fondi stranieri con cui noi, squadra guidata da un imprenditore locale, non possiamo competere sul mercato”. Prendiamo giovani nella speranza che la loro “fame” ci faccia fare una bella stagione e poi l’anno dopo si ricomincia sempre nella speranza e nella fiducia. I fondi hanno trasformato il calcio in un mercato dove anche i costi per i tifosi stanno diventando insostenibili..etc etc.
      Peccato che appunto i costi per i tifosi sono insostenibili anche per noi, visto che i prezzi dei biglietti sono uguali a quelli delle squadre ” milionarie” i costi di una maglia sono gli stessi di quelli del PSG degli sceicchi…e quindi qual’è il senso dell’articolo? Gli imprenditori locali si sono adeguati al metodo dei fondi stranieri per quanto riguarda i costi per i tifosi, ma non per quanto riguarda il mercato e la costruzione della rosa per competere.
      Da qui la provocazione, a questo punto molto meglio che arrivi qualche miliardario visto che per me tifoso, i costi sono gli stessi ma non i benefici.

      • Ahahahahahahaha no chiaro chiaro ho capito cosa intendi. Diciamo che l’esempio del Catanzaro è solo relativo ad una vana speranza di poter ancora, purtroppo immagino per poco, sulla competitività prettamente sportiva. Il desiderio personale è che i costi si abbassino e non che si debba sperare che il più “povero” sbanchi al superenalotto

Scrivi un commento