Che Catanzaro
Il Catanzaro ha ricordato all’Italia cosa significa giocare a calcio. Non solo risultato, ma identità, coraggio, qualità e unione. Nelle sfide con Palermo e Monza, squadre costruite con budget e ingaggi da grande platea, i giallorossi hanno imposto un’idea limpida: si può competere – e incantare – con il lavoro, la tecnica e uno spirito di squadra scolpito giorno dopo giorno. È l’impronta di Alberto Aquilani, ma anche di una società che ha scelto una via controcorrente: progettualità, competenze e cultura, invece delle scorciatoie.
Contro società dagli investimenti corposi e calciatori strapagati
Contro avversari popolati da calciatori d’esperienza europea, il Catanzaro ha mostrato personalità e governo del gioco, ribaltando inerzie e pregiudizi. Dopo un’andata dal punteggio severo e ingeneroso nei numeri, la squadra ha reagito da grande, aggredendo gli spazi, palleggiando con maturità, cercando la porta con lucidità. È il manifesto di un calcio ambizioso ma pulito: linee strette senza rinunciare all’estetica, pressing coordinato, uscite palla a terra anche sotto pressione. Non è solo una prestazione: è un messaggio. Una vittoria metta e strameritata, uno – 0-2 che sta strettissimo (Jack e Frosinini) svariate occasioni limpide da goal, a un Catanzaro contro un Monza fortunato, che ha visto i classici sorci verdi e che non vedeva l’ora che arrivasse il triplice fischio.
Un sistema e un regolamento che non è giusto
Questo percorso illumina anche le pieghe del sistema. I regolamenti attuali – dal vantaggio di classifica all’assenza di supplementari e rigori, fino ai calendari compressi e agli squilibri economici generati dai paracadute – finiscono spesso per pesare sulle “provinciali terribili”, quelle con proprietà locali e conti in ordine. come lo è il Catanzaro.
Eppure, proprio dentro queste asimmetrie, il Catanzaro ha garegigiato alla pari, pagando dazio per il quinto posto ma elevando l’asticella del gioco. Un paradosso: quando il merito sportivo dovrebbe misurarsi sul campo, si continua a premiare soprattutto la forza di partenza.
Che tifo quello giallorosso
A Monza, mentre i brianzoli festeggiavano la promozione, è rimasta nell’aria un’altra festa: quella del popolo giallorosso. Cori, applausi, lacrime. Le lacrime di delusione per ciò che è scivolato via nel dettaglio, sì, ma soprattutto quelle più grandi – e più vere – di gratitudine per l’emozione ricevuta.
Perché il Catanzaro non ha solo sfiorato un miracolo sportivo: ha vinto un riconoscimento collettivo. Tecnici presenti allo stadio e media nazionali hanno parlato di una squadra “da esempio”, capace di emergere per gioco e temperamento, non per etichette o fatturati.
Il modello Catanzaro
Se il calcio italiano vuole rilanciarsi, la strada è qui, tracciata in giallorosso: programmazione tecnica, valorizzazione dei talenti, idee chiare, coraggio nelle scelte. Meno rendite di posizione, più campo. Meno alibi, più lavoro. La differenza, alla fine, l’hanno fatta cuore e metodo, non i contratti. È per questo che, pur senza una promozione da mettere in bacheca, questa stagione resterà nella memoria: perché l’amore per questi colori è stato onorato pienamente, e l’Italia – da nord a sud – ha visto come si gioca a calcio quando un’intera comunità spinge nella stessa direzione.
Non tutti i giorni si assiste a una squadra che, partendo da sfavorita, finisce per dettare il canone estetico e competitivo dei playoff. Il Catanzaro c’è riuscito. E chi lo ha seguito negli anni più duri, negli stadi piccoli e nelle domeniche di pochi intimi, oggi può dirlo forte: l’orgoglio non si misura con un tabellino.
Si misura con la traccia che lasci. Questa, comunque vada, resta indelebile.
Foto US Catanzaro 1929
Redazione 24


Care Aquile,
siete riuscite anche in un’altra impresa, forse anche più difficile: fare interessare la mia anziana madre di 83 anni al Vostro fantastico cammino. Lei, nata a Catanzaro in via Montecorvino, andò a presto a vivere in via Schipani (zona stadio)….molto vicina alla Baracca delle Aquile. Si informa costantemente dei risultati giallorossi, mi stuzzica durante il nostro derby familiare col Modena al quale sono abbonato da anni. Il vero modenese di casa, papà, di calcio se ne fotte altamente. Io mi divido un po’, ma l’unica trasferta che ho fatto non è stata per il Modena. Andai a Reggio Emilia nel 2023 per la finale di Supercoppa serie C, a godere addosso ai cubici con l’altra metà del mio sangue sciarpata al collo.
ONORE AL CATANZARO.
Ho vissuto le tre promozioni, ho frequentato lo stadio dando sostegno con abbonamenti per me e i miei figli quando sugli spalti eravamo pochissimi tifosi, tanto da poterci contare sulle dita, ma l’altra sera anche nella disperazione sportiva per non aver visto realizzarsi il sogno ho gioito per l’emozione. Ora che la salute non è quella di un tempo spero di avere la possibilità di gioire per un futuro prossimo più grAnde.