In questi giorni, oltre alle questioni tecniche che ruotano attorno al Catanzaro Calcio, uno degli argomenti principali sulla bocca di ogni tifoso riguarda inevitabilmente i lavori di ristrutturazione dello stadio Nicola Ceravolo.
Si discute di progetti, tempi, capienza e cronoprogrammi. Si parla di ciò che sarà. Ma forse, almeno per una volta, vale la pena fermarsi a riflettere su ciò che è stato. Perché dietro il cemento che verrà demolito e dietro le strutture che lasceranno spazio al nuovo, esistono storie, emozioni e ricordi che appartengono a intere generazioni di tifosi.
La Curva Massimo Capraro e la storica Tribuna non sono semplicemente due settori di uno stadio. Sono luoghi dell’anima. Luoghi in cui migliaia di persone hanno trascorso una parte importante della propria vita, accompagnando il Catanzaro attraverso gioie indescrivibili e delusioni cocenti. Luoghi dove si è imparato ad amare questi colori.
Il pino che guardava le partite
Se si parla della Curva Capraro, il primo pensiero non può che andare allo storico pino marittimo che per decenni ha dominato il settore.
Non era un semplice albero. Era un simbolo. Cresceva letteralmente all’interno della curva e faceva parte del paesaggio dello stadio tanto quanto il campo da gioco. Molti tifosi, soprattutto negli anni in cui il calcio era molto diverso da quello di oggi, si arrampicavano perfino sui suoi rami per assistere alle partite. Da lassù osservavano il Catanzaro e diventavano parte integrante di uno scenario unico, rimasto impresso nella memoria collettiva della città.
Dopo la storica promozione in Serie A del 1971, il vecchio Stadio Militare iniziò la sua trasformazione. Furono ampliate le curve, venne realizzata la nuova tribuna coperta e la capienza aumentò sensibilmente. Negli anni successivi, anche grazie alle richieste dell’allora mister Gianni Di Marzio, i gradoni della curva furono modificati e “sdoppiati”, consentendo di ricavare ulteriori posti.
Chi ha vissuto quegli anni ricorda una Curva Ovest completamente diversa da quella attuale. Gradoni enormi, nessun seggiolino, una massa di tifosi compatta che sembrava non avere fine. Quando il Catanzaro giocava le partite più importanti, la Capraro diventava un muro giallorosso capace di impressionare chiunque vi entrasse.
Poi arrivarono i tempi moderni, le nuove norme di sicurezza, gli adeguamenti degli impianti. Nel 1998 si registrò una prima riduzione della capienza. Nel 2008 arrivarono i seggiolini numerati, la riorganizzazione dei settori e, soprattutto, l’abbattimento dello storico pino.
Fu un momento che molti tifosi vissero con malinconia. Perché insieme all’albero scompariva un pezzo di identità del Ceravolo. Eppure, ancora oggi, chiunque abbia vissuto quelle domeniche continua a vedere quel pino con gli occhi della memoria.
Dove nacquero gli Ultras

Ma i ricordi del Ceravolo non appartengono soltanto alla curva.
Esiste infatti un filo invisibile che lega la Capraro alla Tribuna e che molti tifosi più giovani forse ignorano.
Gli Ultras Catanzaro 1973, uno dei gruppi più longevi e prestigiosi del panorama nazionale, nacquero infatti proprio in tribuna, esattamente in Tribuna Est.
Era il 1973. Nella Tribuna Est iniziarono a radunarsi ragazzi considerati allora “strani“, diversi dagli altri spettatori. Portavano bandiere, tamburi improvvisati e un modo completamente nuovo di vivere il calcio. Battevano sui pali e sulle lamiere della copertura creando un rumore assordante che accompagnava la squadra per tutti i novanta minuti.
Da quella scintilla nacque una storia che continua ancora oggi.
Negli anni successivi il gruppo si trasferì in curva, contribuendo a renderla il cuore pulsante del tifo catanzarese, ma le radici di quella storia affondano proprio sotto quella copertura metallica che oggi si prepara a lasciare il posto a una struttura nuova.
La tribuna in ferro che sfidò il tempo
La tribuna del Ceravolo nacque in un momento storico fondamentale per la città.
Dopo la promozione in Serie A del 1971, il Comune dovette adeguare rapidamente l’impianto alle esigenze del massimo campionato. In pochi mesi vennero realizzati una nuova tribuna coperta, l’ampliamento delle curve e una sala stampa sopra il settore Distinti.
I lavori furono completati il 16 ottobre 1971.
La struttura, realizzata con una robusta ossatura metallica in acciaio, divenne subito uno degli elementi caratterizzanti dello stadio. Non era una soluzione rivoluzionaria per l’epoca, ma rappresentava comunque una scelta moderna, veloce da realizzare e particolarmente funzionale.
La cosa che oggi impressiona maggiormente è la sua longevità.
Quella tribuna è rimasta in piedi per oltre mezzo secolo, affrontando pioggia, sole, vento e intemperie. E proprio osservandone lo smontaggio in questi giorni molti hanno notato come la struttura portante sia arrivata fino ai nostri giorni in condizioni sorprendenti, testimonianza della qualità dei materiali utilizzati e della bontà del progetto originario.
In una città dove il vento rappresenta spesso una sfida per qualsiasi costruzione, quella vecchia tribuna ha resistito per cinquantacinque anni senza mai perdere la propria funzione.

Il fascino dei pali
Tra gli elementi più discussi della vecchia tribuna ci sono sempre stati loro: i pali.
Per molti rappresentavano un difetto evidente. Ostacolavano la visuale e costringevano a seguire alcune azioni spostando continuamente la testa.
Eppure, anche quei pali avevano un’anima.
Erano il simbolo di un calcio che non esiste più. Un calcio popolare, genuino, fatto di impianti costruiti poco alla volta e modellati dalla passione della gente.
Non a caso, la stessa caratteristica era presente in molti degli stadi più iconici d’Inghilterra. Impianti leggendari come Old Trafford, Hillsborough e Craven Cottage hanno avuto per decenni colonne e sostegni che interrompevano la visuale degli spettatori. Erano parte integrante della loro identità e del loro fascino.
Oggi gli stadi moderni utilizzano coperture a sbalzo che eliminano completamente questi ostacoli, ma quei pali raccontavano una storia. La storia di un calcio vissuto in maniera diversa, più spartana forse, ma certamente più romantica.
I muri cadono, i ricordi restano

È giusto che il Ceravolo si rinnovi. È giusto che la città possa avere uno stadio più moderno, più sicuro e più funzionale.
Ma mentre le ruspe iniziano il loro lavoro e pezzi di curva e tribuna scompaiono uno dopo l’altro, è impossibile non provare un sentimento di nostalgia.
Perché in quei gradoni e sotto quella copertura non c’erano soltanto spettatori. C’erano bambini diventati uomini. Padri che hanno portato per la prima volta i propri figli allo stadio. Amicizie nate sugli spalti e tramandate nel tempo. C’erano i racconti delle promozioni, delle salvezze, delle sconfitte e delle imprese che hanno costruito l’identità sportiva di un’intera città.
La Curva Capraro e la vecchia Tribuna possono essere abbattute. Il cemento può essere sostituito. Il ferro può essere smontato.
Ma nessuna ruspa potrà mai demolire ciò che rappresentano per migliaia di tifosi giallorossi.
Perché gli stadi cambiano. I ricordi, invece, restano per sempre.
Redazione 24



