Il Rompicalcio

Catanzaro, Nocera e un’amicizia senza tempo

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Dal 1978 a oggi: 35 anni di legame fraterno tra le due città, rinnovato domenica nonostante i protagonisti in campo

Il 18 giugno 1978 avevo quattro mesi. Mio padre non era un tifoso. Veniva dalla provincia allo stadio ogni tanto. Ma il Catanzaro non era il suo primo pensiero. Il 18 giugno 1978 il campionato dei giallorossi, guidati da Giorgio Sereni, si era felicemente concluso. Sette giorni prima, nel vecchio “Militare” vestito a festa, un guizzo di Palanca dopo 6 minuti contro il Como aveva regalato alla città la terza promozione in serie A, alle spalle dell’Ascoli dei record.

Il 18 giugno 1978 lo stadio riapre per uno spareggio. Catania e Nocerina arrivano a Catanzaro per giocarsi la promozione in serie B. Ci sono 5000 tifosi rossoneri, ma i siciliani sono in netto sovrannumero, circa 12000. In città il clima è di tensione. I tifosi giallorossi decidono di schierarsi. Parteggiano per i più deboli, per i nocerini, arrivati per coronare un sogno lungo 68 anni. Per la prima volta la Nocerina può arrivare in serie B, a parte quell’unico campionato tra i cadetti giocato nel dopoguerra.

Il “Militare” ribollisce di passione, per una volta non giallorossa. Il Catania passa in vantaggio subito. Sembra una passeggiata per i siciliani. E invece alla mezzora arriva su rigore il pareggio della Nocerina. La rimonta si completa a metà ripresa, quando Spada realizza il gol che risulterà decisivo. Nocerina in paradiso e Catania all’inferno. I tifosi etnei si scatenano all’esterno dello stadio. In netta superiorità numerica, parte una caccia all’uomo. La gente di Catanzaro scende in strada al fianco dei nocerini. Non solo gli ultras, ma anche le persone comuni. Ci sono tanti aneddoti su quel pomeriggio di festa e di paura. Molti tifosi nocerini trovano rifugio nelle case dei catanzaresi, che offrono un nascondiglio ma anche ristoro e conforto.

Oggi, a distanza di 35 anni, quell’amicizia resiste, cementata dagli incontri successivi tra le due squadre. A partire da quel Catanzaro-Udinese del novembre 1987, quando Albano decide di portare i giallorossi a Nocera per la sfida di campionato in campo neutro con i friulani. Quel giorno le parti si ribaltano e i rossoneri spalancano le porte della città ai tifosi giallorossi. Il Catanzaro vince con un gol di Chiarella e completa un giorno di festa.

Il legame tra le due città nasce e cresce in queste due giornate, nonostante Catanzaro e Nocerina non si trovino mai di fronte. Almeno fino alla metà degli anni ’90 e poi nella famosa semifinale play-off del 2003, quando i giallorossi sbancano Nocera con un gol di Ferrigno e accedono alla finale tra gli applausi dello sportivissimo pubblico rossonero che festeggia insieme ai 2000 tifosi giallorossi. Quel giorno incontro Nocera e i nocerini. Vedo una città vestita a festa per la partita. I bambini campani hanno le sciarpe giallorosse. Una colonna di autobus di tifosi del Catanzaro percorre le anguste vie del centro campano tra gli applausi dei nocerini. Fuori dal “San Francesco”, scene rare. L’accoglienza è splendida, i tifosi si mischiano. Mangiano un panino insieme, bevono un caffè, si scambiano le sciarpe. La tensione per la partita si scioglie. La vittoria giallorossa non cambia il leitmotiv della giornata.

Domenica questo rito antico si è rinnovato. Davanti al bar dello stadio, i tifosi della Nocerina aspettano i giallorossi per offrire una birra, scambiare due chiacchiere, fare una foto insieme. Le facce sono nuove. Ci sono ragazzi di vent’anni che si abbracciano senza conoscersi. Non erano nemmeno nati 35 anni fa. Ma ci sono anche persone più adulte, anziani che erano a Catanzaro il 18 giugno 1978 e ricordano tutto come fosse ieri. E raccontano storie di quella giornata con gli occhi lucidi e un malcelato sentimento di riconoscenza. Andrea e Ciccio ci aspettano e ci portano a mangiare in un ristorante su in collina, proprio dietro al “San Francesco”. Li vedo per la prima volta, ma è come se li conoscessi da sempre. È la storia di questa amicizia. La partita è dura, spigolosa, a tratti cattiva. In campo volano calci, in tribuna cori di affetto e stima. Qualche insulto ai dirigenti giallorossi, qualche incomprensione di troppo tra Cozza e i giornalisti di Nocera, quell’arroganza di Auteri che conosciamo bene.

Non conta niente. Troppo spesso si punta il dito verso il pubblico per scaricare le responsabilità di questo calcio malato. Con un moralismo da terza categoria. E invece dagli spalti arriva una lezione indimenticabile a questi piccoli attori di passaggio. Perché un’amicizia nata in una calda domenica di 35 anni fa non si discute per un doppio contratto o un paio di gomitate. È un’amicizia che ha la mia stessa età.

Ivan Pugliese

@naracauliz

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