I Calici di Ternana – Catanzaro

La rubrica di Nicolò Ditta

Prepariamoci all’ennesima trasferta, questa volta ci aspetta l’Umbria. Una regione antica, calma, tranquilla, lontano dal chiasso e dalla confusione, spartiacque tra il nord e il sud del paese.
In Umbria troviamo un’ospitalità semplice e genuina, non contaminata ancora dal turismo di massa che ne fa una validissima alternativa alla Toscana, per una vacanza rilassante a contatto con la natura.

Vorrei proprio partire da una considerazione tra la realtà toscana e quella umbra in fatto di produzione vinicola.
In Toscana si è, per certi versi, creato il “nuovo vino italiano”. Quando i toscani hanno inventato i “Super Tuscans”, non hanno fatto altro che copiare il modo francese di fare il vino (libero da regolamenti e discipline).
I francesi fondamentalmente amano produrre il “loro” vino. Il produttore imbottiglia quello che ritiene sia il migliore possibile, lasciando al consumatore il giudizio finale.

Dall’altro lato l’Umbria. Regione in cui la produzione di vino, pur vantando radici antichissime è sempre rimasta a margine del grande mercato, è sempre stata un po’ defilata ma anche schiacciata dalla ben più famosa Toscana.
Oggi il vino umbro ha trovato un suo spazio, una sua notorietà, si è ritagliata un angolo di mercato che premia lo sforzo di tanti piccoli produttori che non solo hanno salvato vitigni autoctoni che rischiavano di andare perduti, ma hanno saputo modernizzare la produzione dei loro vini, rendendoli più moderni ed attuali.
Vini che da un lato non rinunciano al passato, mantenendo quelle caratteristiche proprie della varietalità e di territorialità che li caratterizzano, ma che dall’altro lato hanno saputo aggiornarsi.
Forse in Umbria più importanti delle DOC o delle DOCG sono importanti i singoli produttori.

Volendo definire il vino umbro prendo ad esempio l’immagine di un nonno.
Una figura paterna, austera, che ha perso lo slancio e l’impeto della giovinezza, ma che ha acquistato quella maturità, quella completezza e quella rispettabilità frutto di una vita di esperienze.
Questo è il vino umbro. Un vino che si lascia poco andare a facili approcci, che spesso e volentieri non è troppo moderno, morbido o rotondo nei profumi e nei sapori, ma che mantiene quella vena dura e tradizionale di chi comunque non rinuncia alle proprie radici.
Dall’altro lato, alcuni dei produttori hanno invece intrapreso una strada di decisa modernità, di decisa innovazione e rottura con gli schemi. Ecco che ”nuovi” Sagrantino si mostrano con tutto il loro corredo di sapori e sentori dati dalle barriques nuove di rovere, anche se il discorso può benissimo essere esteso anche ad alcuni sangiovese. Questo è possibile grazie alle pratiche di cantina che vedono macerazioni più brevi e a temperature controllate, invecchiamento in barriques piuttosto che in botte grande e utilizzo, se possibile, di uve che conferiscono morbidezza e rotondità al vino (merlot per esempio).

C’è una cosa che bisogna notare. In Umbria, meno che in altre regioni, la legislazione sembra prendere il sopravvento sul prodotto. Il vino forse riesce ad essere preminente su questa o quella denominazione, su questo o quel disciplinare.
Certo qualcosa dovremmo domandarcela pure noi se in un momento in cui la già corposa lista delle DOCG italiane si è arricchita di un paio di nomi, ci sono tanti singoli produttori che decidono volontariamente di abbandonare il disciplinare di produzione (e quindi la DOC o la DOCG) per i loro vini di punta perché ritengono che facendolo secondo il loro gusto e le loro convinzioni riuscirà sicuramente meglio.

La produzione umbra si divide in poche “grandi famiglie” di vini.
Terni, in particolare, è coperta da un lato dalla DOC Colli Amerini (uvaggio in varie misure e percentuali di Sangiovese, Montepulciano, Canaiolo, Ciliegiolo, Barbera e Merlot), dall’altro dalla DOC Lago di Corbara che è prodotta da sole uve Merlot.
In entrambi i casi abbiamo vini morbidi e rotondi con un discreto corpo, molto piacevoli da bere. Dei vini per certi versi semplici ma che vanno benissimo per il consumo quotidiano.
Notazione particolare dobbiamo darla all’Orvieto (incrocio di trebbiano, Grechetto e Verdello) che è uno tra i bianchi più conosciuti d’Italia, anche se con più ombre che luci.

Perugia è poi la patria del Montefalco, grande rosso da buon invecchiamento da uve Sagrantino che oggi si pone come l’alfiere della nuova enologia Umbra. A questo possiamo contrapporre il più classico dei vini umbri, il Torgiano Rosso, da uve sangiovese, Canaiolo con aggiunte di trebbiano per aumentarne la freschezza e Montepulciano che ne aumenta la rotondità. Questo è sicuramente un vino da lungo invecchiamento, ed è anche un vino che ha mantenuto una sua tradizionalità lasciando meno spazio all’innovazione rispetto al Sagrantino di Montefalco.

L’abbinamento per questi vini, Torgiano in particolare, sono gli splendidi piatti di carne cotta alla griglia.
I piatti, pasta e carne, a base di tartufo nero si sposeranno meglio con un vino più morbido e rotondo (un Sagrantino abbastanza moderno), la frittata al tartufo nero e qualche salume (specie quelli della Valnerina) andranno benissimo con un DOC Colli Amerini, mentre i pochi bianchi della regione andranno bevuti come aperitivo o con qualche formaggio ma molto delicato. Se passiamo già a qualche caprino anche fresco, dovremo bere necessariamente un rosso e anche discretamente complesso.
Che dire, Cin Cin!

Nicolò Ditta

PS
Per informazioni critiche richieste o suggerimenti, tranne soldi o bottiglie di vino, scrivetemi pure a uctrapani@uscatanzaro.net

Autore

Tony Marchese

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