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Il Ceravolo degli emigrati: agosto, ritorni e una maglia che sa di casa

Scritto da Redazione

In 3.200 per la Coppa Italia, tanti arrivati da lontano. Per una sera il Catanzaro ha riunito generazioni e distanze.

Ieri al Ceravolo erano poco più di tremila. 3.200 spettatori, dicono i numeri. Ma dentro quel numero c’era molto più di una partita di Coppa Italia. C’era agosto. E soprattutto c’era quella Calabria che ad agosto torna a casa.

Lo stadio era monco, quasi irriconoscibile per chi lo porta nella memoria da una vita. La tribuna interessata dai lavori per la nuova copertura, la curva Massimo Capraro che non c’è più e aspetta di rinascere. Restavano i Distinti e la curva Est. Ed è lì che si è sistemato un piccolo pezzo di Calabria sparsa per l’Italia e per l’Europa.

Gli accenti di chi ritorna

Bastava fermarsi ad ascoltare. Accenti diversi, cadenze contaminate da anni vissuti altrove. Milano, Torino, Roma, Bologna, Aosta, magari la Germania o la Svizzera. Voci che durante l’anno al Ceravolo si sentono poco e che ritornano puntuali d’estate, come le valigie tirate fuori dal bagagliaio, le case dei nonni riaperte, le persiane alzate dopo mesi.

Qualche volta tornano anche a dicembre, per Natale. Poi di nuovo partenze. Ieri, però, erano tutti lì.

Una passione che si eredita

C’erano padri che hanno lasciato Catanzaro trent’anni fa e figli che a Catanzaro magari hanno trascorso soltanto le estati. C’erano nonni con i nipoti, famiglie intere, bambini cresciuti a centinaia di chilometri dalla Calabria ai quali qualcuno ha consegnato una passione che non aveva bisogno di essere spiegata.

Perché certe appartenenze funzionano così: si ereditano prima ancora di comprenderle.

E allora cosa raccontare davvero di Catanzaro-Südtirol? Si potrebbe parlare della partita, del risultato, di Gorgone, delle cose che hanno funzionato e di quelle ancora da sistemare. Ci sarà tempo. Il calcio, in fondo, vive anche di questo. Ma ieri sugli spalti si giocava un’altra partita.

Il Catanzaro visto da lontano

Quella di chi per undici mesi segue il Catanzaro da lontano, davanti ad uscatanzaro.net, ad una televisione o con un telefono in mano. Di chi cerca Catanzaro nelle notizie, nelle immagini del Ceravolo, nei racconti di chi è rimasto.

Di chi magari non conosce più tutte le strade della città, ma sa ancora perfettamente cosa significa vedere una maglia rossa con i bordi gialli correre sopra un prato verde.

Per questa gente non è soltanto calcio. È un filo.

Sottile, lunghissimo, qualche volta quasi invisibile, che continua a legare una persona al luogo dal quale è partita. Puoi cambiare città, casa, lavoro. Puoi avere figli che parlano con un accento diverso dal tuo. Puoi costruire altrove tutta la tua vita. Ma poi arriva agosto, torni in Calabria e scopri che alcune cose sono rimaste esattamente dove le avevi lasciate.

Una di queste è il Catanzaro.

Il ricordo da portare via

Forse per questo ieri c’erano tanti visi abbronzati sugli spalti. Persone arrivate dal mare, dalle ferie, dai paesi della provincia. Qualcuno tra pochi giorni caricherà nuovamente la macchina. Qualcun altro prenderà un treno o un aereo.

I bambini torneranno a scuola lontano da qui e racconteranno, forse, di essere stati allo stadio con papà o con il nonno.

E nel ricordo conterà relativamente che fosse una partita di Coppa Italia.

Ricorderanno il rumore del Ceravolo. I colori. L’attesa. Un abbraccio dopo un gol o una protesta per un’occasione mancata. Ricorderanno soprattutto di esserci stati.

Uno stadio pieno di ritorni 3.200 spettatori, dice il dato ufficiale. Ma alcuni spettatori valgono più di un numero.

Perché ieri il Ceravolo non era pieno. Non poteva esserlo, ferito e trasformato dai lavori. Eppure, per qualche ora, era pieno di ritorni.

Poi arriverà settembre. Le spiagge si svuoteranno, gli accenti torneranno quelli di sempre e molti di quei posti saranno occupati da altri.

Loro saranno nuovamente lontani.

Ma da qualche parte, il sabato pomeriggio, continueranno a cercare undici maglie rosse con i bordi gialli sopra un prato verde.

Perché si può andare via dalla Calabria. È molto più difficile convincere la Calabria ad andare via da te.

Harp

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Redazione

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