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Il Ceravolo, il cantiere e la nuova generazione di umarells giallorossi

Scritto da Gennaro Amoruso

A Catanzaro non esistono più soltanto gli allenatori da bar, i direttori sportivi da tastiera e gli esperti di mercato capaci di scoprire un esterno sinistro under in qualche campionato dimenticato dell’Est Europa.

No, il livello si è alzato.

Adesso siamo diventati tutti geometri, ingegneri, urbanisti, tecnici di cantiere, esperti di cronoprogrammi, collaudatori improvvisati e raffinati conoscitori di ruspe, gru, ponteggi, coperture, travi e tempi di consegna.

Basta una foto del Ceravolo, una porzione di curva che viene giù, due operai in controluce, una gru sullo sfondo e subito parte il dibattito tecnico-sentimentale del popolo giallorosso.

“Secondo me non ce la fanno per l’inizio del campionato”.

“No, no, vedrai che recuperano”.

“Il problema sono i tempi burocratici”.

“Ma quella parte andava demolita prima”.

“Con quel mezzo lì ci vogliono almeno altri venti giorni”.

“Il vero nodo è capire quando attaccano la fase successiva”.

“E la copertura senza piloni?”

“E i formaggini ai lati?”

“E la curva a pochi metri dal campo?”

È nato così, quasi senza che ce ne accorgessimo, il tifoso-umarell in salsa catanzarese. Anzi, a voler essere più precisi, il moderno umarell giallorosso.

Una volta bastava stare davanti al cantiere, magari con le mani dietro la schiena, lo sguardo severo, il capo leggermente inclinato e quel tono da perizia non richiesta ma inevitabilmente autorevole. Oggi invece l’umarell 2.0 lavora da remoto. Zoomma le immagini, studia le inquadrature, analizza le gru, interpreta i movimenti degli operai, misura idealmente le distanze, si interroga sui materiali e, tra un vocale WhatsApp e un commento sui social, aggiorna in tempo reale lo stato di avanzamento lavori.

La piazzetta degli umarells, insomma, non è più solo davanti al cantiere.

È nei gruppi WhatsApp, nelle chat, nei commenti Facebook, nei messaggi privati, nei bar, nei telefoni, nei dibattiti senza fine. E il Ceravolo, mentre cambia volto, ha fatto nascere una nuova categoria professionale non riconosciuta da alcun albo ma diffusissima in città: il tifoso-umarell digitale, specializzato in demolizioni emotive e ricostruzioni sentimentali.

Dietro l’ironia, però, c’è qualcosa di molto serio. Perché il Militare, poi Comunale ed oggi Nicola Ceravolo non è mai stato solo uno stadio. È sempre stato un luogo dell’anima, una casa disordinata ma amatissima, un punto fermo dentro il quale intere generazioni hanno imparato a tifare, a soffrire, a esultare, a sperare.

I lavori in corso non riguardano un dettaglio qualsiasi. Riguardano l’abbattimento e la ricostruzione della Curva Ovest, la Massimo Capraro, che verrà ridisegnata più vicina al campo, con i cosiddetti “formaggini” ai due lati. E riguardano anche il rifacimento della copertura delle tribune, finalmente senza quei piloni in mezzo che per anni hanno fatto parte del paesaggio visivo del Ceravolo.

Insomma, non si tratta soltanto di mettere mano al cemento. Si tratta di cambiare la prospettiva stessa dello stadio, il rapporto tra campo e tifosi, tra squadra e spalti, tra partita e partecipazione.

Come scritto qualche giorno fa da uscatanzaro.net, non si sta semplicemente rifacendo una parte dell’impianto: si sta abbattendo un pezzo di storia. La Massimo Capraro, non è soltanto un settore. È un nome, un luogo, una memoria collettiva. Per tanti tifosi non è mai stata una semplice porzione di cemento, ma un pezzo della propria vita giallorossa.

Lì dentro ci sono pomeriggi assolati e domeniche di pioggia, sogni coltivati, urla liberatorie, radioline accese, abbracci con sconosciuti, figli portati per mano allo stadio dai padri, e padri ricordati oggi da figli che continuano ad andare al Ceravolo anche per loro. Ci sono visuali imperfette ed emozioni perfette. Ci sono attese infinite e attimi che non se ne vanno più.

E allora sì, oggi si scherza sui tifosi trasformati in geometri. Si ironizza sull’improvvisa proliferazione di competenze tecniche. Si sorride davanti a chi, da una foto scattata da lontano, riesce a emettere sentenze definitive su fine lavori, collaudi, agibilità, coperture, formaggini e cronoprogrammi.

Ma, sotto questa simpatica mania collettiva, c’è un sentimento autentico: la paura di perdere un pezzo della propria casa.

Perché il tifoso del Catanzaro lo sa benissimo: il cemento è cemento, certo. Ma a volte il cemento trattiene voci, ricordi, volti, stagioni della vita. E quando una curva viene giù, non si osserva soltanto una demolizione. Si assiste a un passaggio, a una trasformazione che riguarda tutti.

Il nuovo Ceravolo arriverà. Con i suoi tempi, le sue discussioni, i suoi rendering, le sue promesse, le sue inevitabili polemiche. E quando sarà pronto, lo ameremo. Lo ameremo perché sarà la nuova casa del Catanzaro, perché ospiterà nuove partite, nuove esultanze, nuovi ricordi da consegnare a chi verrà dopo.

Ma nel frattempo è giusto fermarsi un attimo. Guardare quel che viene giù. E ricordare.

Ricordare la Capraro. Ricordare quello che ha rappresentato. Perché un pezzo di storia può anche essere abbattuto, ma non sparisce davvero finché resta nel cuore di chi l’ha vissuto.

E quindi sì, continuiamo pure a fare i geometri, gli ingegneri, gli urbanisti, gli esperti di lavori pubblici e i moderni umarells del Ceravolo.

Continuiamo a discutere di tempi, ferri, travi, ponteggi, coperture, formaggini e scadenze. Ma senza dimenticare che, in fondo, tutto questo zelo tecnico nasce sempre dalla stessa cosa: l’amore per il Catanzaro.

foto web

Harp

 

 

Autore

Gennaro Amoruso

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